ANSELM AUDLEY.
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ERESIA.
La saga di Aquasilva.
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Parte 4.
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Titolo originale: Heresy. 
Traduzione di: Annarita Guarnieri.
2003. Editrice Nord, MILANO.
ISBN 88-429-1241-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PARTE QUARTA: LA CORONA AVVELENATA.
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CAPITOLO VENTISETTESIMO.
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Mentre Tanais deponeva mio padre su un divano, nell'anticamera, sopraggiunse a precipizio la
guaritrice del Casato, una donna di circa quarant'anni che aveva sposato il primo cugino di mio padre e
che aveva un certo talento nel campo del risanamento; sapendo però che lei non era mai stata
pienamente addestrata in quell'arte, io dubitai che potesse essere veramente d'aiuto in quella situazione.
Il respiro di mio padre si era fatto affannoso e poco profondo, la sua pelle si era tinta di uno
spaventoso colore grigiastro e lui era ormai privo di sensi, con tutti i muscoli del corpo irrigiditi.
«Il veleno ha attaccato la respirazione» affermò la guaritrice, in tono preoccupato. «Le mie
conoscenze non bastano a far fronte a una cosa del genere.»
«Il guaritore del clan sta arrivando» replicò mia madre, all'apparenza calma, anche se la voce le
si incrinò sulle ultime parole.
«È possibile che non ci rimanga tempo a sufficienza» obiettò Tanais.
«Trovate qualcuno... chiunque... che s'intenda di veleni tropicali e portatelo subito qui.»
Nessuno provò anche soltanto a mettere in discussione la sua autorità.
«Ci penso io» si offrì Atek, fermo dietro mia madre.
«Come fai a sapere che è un veleno tropicale?» domandò la guaritrice, che appariva non poco
intimidita dall'ira di Tanais.
«Ho visto abbastanza morti da sapere qual è la causa di questo.» Hamilcar, che in qualità di
erede di un Grande Casato aveva dovuto imparare a riconoscere i veleni, dichiarò che a suo parere si
poteva trattare di un veleno chiamato ijuan, che cresceva nelle giungle di Thetia.
«È altamente tossico» aggiunse, «ma perde progressivamente potenza, una volta che è stato
raccolto.»
La guaritrice fece tutto quello che poteva... che peraltro non era molto... e per lunghi, angosciosi
momenti, rimanemmo tutti a guardare, impotenti e inutili, mentre io pregavo in silenzio dentro di me,
supplicando ogni dio che avessi mai sentito nominare di non far morire mio padre, di far sì che il
guaritore del clan sapesse come neutralizzare quel veleno.
Il guaritore arrivò di lì a poco, con la sua valigetta, e la folla si aprì per lasciarlo passare.
«Pensiamo che si tratti di ijuan» lo informò Tanais, quando lui si inginocchiò accanto a mio
padre.
«Respirazione affaticata, pelle grigiastra...» Borbottando quelle parole, il guaritore prelevò dalla
valigetta un libro rilegato in cuoio e lo porse alla cugina di mio padre, ordinando: «Controlla se ci sono
altri veleni con questi effetti. Credo che abbiate ragione, ma devo esserne certo.»
In silenzio, per non infrangere la sua concentrazione, rimanemmo a guardarlo mentre prelevava
dalla borsa una fiala, la stappava e lasciava cadere alcune gocce di un liquido nella bocca di mio padre.
«Lo ijuan è il solo veleno che abbia questi sintomi» annunciò di lì a poco la guaritrice del
Casato. «Gli antidoti sono il temeboro e il capello di sirena.»
«Il temeboro!» esclamò il guaritore, frugando di nuovo nella borsa.
«Questo medicinale contiene temeboro diluito, quindi dovrebbe allentare in certa misura la
paralisi indotta dal veleno.»
Procedette quindi a somministrare anche quella medicina a mio padre, e nell'arco di pochi
momenti vidi che i suoi muscoli si rilassavano e la respirazione migliorava leggermente.
«Per il momento, le sue condizioni dovrebbero essere stabili» dichiarò il guaritore. «Io però non
dispongo di temeboro non diluito, o di capello di sirena... un'erba che non cresce fuori dai confini di
Thetia... quindi dovrete mandarlo a Kula.»
«Possiamo spostarlo senza correre rischi?» domandò mia madre.
«Dobbiamo farlo» ribatté il guaritore. «Se riusciremo a farlo arrivare all'ospedale, là potranno
curarlo, anche se impiegherà del tempo a rimettersi.»
Tutti sì girarono a guardare verso di me con aria piena di aspettativa, e nell'accorgermene mi
resi conto che, almeno per il momento, ero diventato il Conte di Lepidor.
Non c'era nulla che desiderassi di meno, ma almeno quella consapevolezza mi fece ritrovare la
voce; guardandomi intorno, cercai con lo sguardo Dalriadis, che individuai dietro Hamilcar.
«Ammiraglio, raduna il tuo equipaggio. Voglio che la Marduk sia pronta a salpare entro
mezz'ora. Prenderai tu stesso il comando... provvedi a far arrivare mio padre a Kula il più in fretta
possibile, a qualsiasi costo.»
Dalriadis annuì e uscì di corsa, mentre il guaritore ordinava che qualcuno andasse a recuperare
la portantina che era ancora a Palazzo dall'ultima processione della Festa di Ranthas;
contemporaneamente, mia madre incaricò alcuni servi di procurare delle coperte.
«Cathan» disse quindi Tanais, in tono perentorio, «devi tornare nella sala per informare tutti
dell'accaduto e di quello che intendi fare. Devono sapere.»
Io avrei voluto chiedere se era proprio indispensabile, perché non volevo lasciare mio padre
disteso lì in quello stato, e continuai a restare immobile, incapace di allontanarmi da lui, fino a quando
qualcuno mi prese la mano e la tirò leggermente. D'impulso, mi girai di scatto per inveire contro chi mi
aveva toccato, ma le parole mi si spensero sulle labbra quando mi trovai davanti il volto solenne di
Ravenna, con Palatine ferma dietro di lei.
«Andiamo» mi disse Ravenna.
Io la seguii fino alla porta, ma una volta là lei mi lasciò andare la mano.
«Noi resteremo qui» affermò Palantine. «Ora devi entrare e informarli.»
Nella Grande Sala un ronzio di conversazione aleggiava fra i presenti raccolti in gruppi, alcuni
in piedi e altri seduti, dimentichi della cena. La piattaforma era vuota, il cibo era stato spinto di lato
quando mio padre si era accasciato, numerose sedie giacevano rovesciate dove erano cadute e il vino
gocciolava ancora da un bicchiere rotolato giù dal tavolo.
Al mio ingresso, sui presenti scese il silenzio: quelli erano la mia famiglia, i miei cugini e i miei
amici, tutti uniti a mio padre da un vincolo di parentela più effettivo di quello che io avevo con lui, e
tuttavia in quel momento mi parvero di colpo una folla quasi minacciosa.
«Il Conte Elnibal è stato avvelenato» annunciai, con voce inizialmente incerta, ma che andò
acquisendo un po' più di determinazione. Tutto mi sembrava molto distante e tuttavia spaventosamente
reale, una realtà a cui non potevo sottrarmi. «È ancora vivo, e verrà trasportato a... a Kula,
all'ospedale.»
Incapace di aggiungere altro, scesi con passo incespicante dalla piattaforma e tornai
nell'anticamera. Là, la portantina era già stata deposta nel corridoio di accesso all'anticamera, e Tanais
stava trasportando mio padre verso di essa; un maggiordomo trasse indietro le tende, permettendo al
gigante di adagiare mio padre sui cuscini, che erano stati sottratti alle sedie per imbottire il fondo della
portantina, poi Tanais ordinò a due guardie di portare mio padre al porto, scortato da alcuni marine che
erano affluiti a Palazzo non appena appresa la notizia, che si era già diffusa per tutta la città con la
rapidità di un incendio.
«Cathan, tu andrai con lui» mi disse quindi Tanais. «Prendi con te soltanto Palatine e Ravenna,
nessun altro, e resta al porto finché non lo avrai visto partire.»
«Cosa farete tu e mia madre?» domandai.
«Cercheremo di trovare il responsabile. È per questo che tua madre ha ordinato di bloccare le
porte.»
Ci avviammo quindi al seguito dei soldati che reggevano la portantina, oltrepassando le porte e
imboccando la via principale; in un primo tempo mi parve che i due soldati procedessero con una
lentezza esasperante, ma poi mi resi conto che stavano camminando con estrema attenzione per evitare
di far oscillare troppo la portantina, o di mettere il piede su qualche pietra smossa.
Mentre scendevamo verso il porto, ebbi l'impressione che le aree ancora in costruzione, deserte
a quell'ora di notte, si facessero beffe di me, perché le vedevo come i simboli della ricchezza che aveva
causato tutto questo; d'un tratto desiderai che non avessimo mai trovato il razzo di mare del Domine
Istiq alla deriva nell'oceano, tanti mesi prima, e che non avessimo mai scoperto la vena di ferro.
Lungo il tragitto, feci del mio meglio per ignorare gli sguardi curiosi o ansiosi delle persone
ferme sulla soglia di casa... la notizia era già di dominio pubblico... per assistere al passaggio della
nostra piccola processione. Alle porte del Quartiere del Porto, le guardie che reggevano la portantina
vennero sostituite da altre due, più riposate.
Al porto, constatai che Dalriadis si era dato da fare, visto che l'edificio era completamente
illuminato e l'ascensore era pronto a trasportarci al livello della Marduk, dove l'ammiraglio e i membri
del suo equipaggio erano schierati sui due lati del percorso dall'ascensore all'imboccatura della torre di
servizio, per tenere sgombra la strada. Trasportata la portantina lungo la torre di servizio e fino alla
Marduk, trasferimmo mio padre su una barella fatta preparare dal capitano e lo portammo nella cabina
approntata per lui, poi io attesi l'arrivo del guaritore e del suo assistente, che avrebbero entrambi
accompagnato mio padre a Kula.
Quando infine mi accinsi ad andarmene, il guaritore mi trasse in disparte.
«Il peggio è passato, Cathan» garantì. «Se è sopravvissuto finora, riuscirà ad arrivare a
destinazione. Kula però è per lui il posto migliore e più sicuro, perché Courtières lo proteggerà meglio
di quanto potremmo fare noi. Senza dubbio impiegherà del tempo a rimettersi del tutto, ma ti prometto
che lo rivedrai.»
Quelle parole calmarono la maggior parte dei miei timori, lasciando nel mio animo solo un'ira
ribollente: per quanto mi riguardava, c'era una persona soltanto che poteva aver fatto una cosa del
genere.
Rimasi con mio padre e con il guaritore fino a quando Dalriadis entrò nella cabina, annunciando
che erano pronti a partire.
«Provvedi perché arrivi a destinazione il più in fretta possibile, ammiraglio» dissi. «Se
necessario, dopo potremo riparare eventuali danni al nucleo. Ricorda che a nessuno dovrà essere
permesso di entrare da solo in questa stanza... a nessuno, neppure al guaritore... e voglio che davanti
alla porta ci siano sempre due guardie.»
«Benissimo» assentì lui. «Ora è meglio che torni al porto.»
Mi avvicinai un'ultima volta a Elnibal, gli baciai la fronte fredda e sudata, poi indugiai ancora,
fino a quando un colpetto di tosse del guaritore mi indusse a ripercorrere il corridoio e a lasciare la
manta. I marine ci chiusero subito il portello alle spalle, e quasi immediatamente sentii il sibilo del
portello interno che si sigillava.
La Marduk sciolse quindi gli ormeggi e scivolò nell'oscurità marina nel tempo che noi
impiegammo a tornare nel mozzo. Decisi a non correre rischi, i marine si schierarono intorno a noi e
tennero la folla a distanza per tutto il tragitto fino al Palazzo.
«Chi è là?» intimarono le guardie di sentinella alle porte, una squadra completa, come notai
quando fummo più vicini.
«Cathan» risposi, mentre una delle guardie dirigeva su di me un raggio di luce.
«Passa pure, signore.»
Nel cortile, illuminato quasi a giorno da luci aetheriche d'emergenza, trovammo altri marine, e
io mi chiesi se fosse presente la guarnigione al completo, dato che non ne avevo mai visti così tanti tutti
insieme; le porte di accesso al palazzo erano tutte chiuse, tranne una, sorvegliata da due marine in abiti
civili, ma con la spada al fianco e il distintivo bene in vista.
Una volta dentro, scoprii che Tanais e mia madre, insieme a numerosi membri del Consiglio,
avevano organizzato una corte d'inchiesta improvvisata, in una delle sale di ricevimento; al mio
ingresso, li trovai seduti a semicerchio su divani e poltrone, con il capo cuoco in piedi davanti a loro,
rosso in volto e con l'aria indignata.
«Non permetto a estranei di entrare nella mia cucina!» stava esclamando.
«Indipendentemente da questo» ribatté mia madre, «hai visto qualcuno d'insolito nella zona
delle cucine, in un qualsiasi momento della giornata?»
«No, non ho visto nessuno.»
«Hai mai lasciato le cucine?»
«Per poco tempo, per andare nella dispensa, ma nella stanza è sempre rimasto un sottocuoco,
che mi avrebbe riferito la presenza di eventuali visitatori.»
«Benissimo. Puoi andare.»
Il capo cuoco lasciò la stanza, e subito un vociare iroso si levò dal semicerchio dei presenti.
«Non stiamo approdando a nulla, con queste domande» dichiarò Mezentus. «E poi, che diritto
hai tu di presiedere su questa indagine, Tanais?»
Per tutta risposta, Tanais infilò la mano nella rozza tunica di stoffa tessuta in casa e tirò fuori un
medaglione su cui era raffigurata la bilancia, simbolo di giustizia, con sotto un paio di delfini che
avevano piccole pietre nere al posto degli occhi; quello era il simbolo di un giudice thetiano, e a parte
le spade incrociate sottostanti i delfini, era identico al medaglione posseduto dal Cancelliere morente,
che avevo visto nei ricordi di mio padre.
«Sono Primo Maresciallo dell'Impero Thetiano» dichiarò Tanais. «Ti servono altre
spiegazioni?»
Il medaglione non poteva essere stato rubato, perché le pietre nere contenevano una magia di
qualche tipo, in virtù della quale nessuno poteva portare indosso quel gioiello, tranne il suo legittimo
proprietario. Quei simboli erano molto difficili da fabbricare, e per questo erano limitati soltanto ai
giudici di rango più elevato... l'imperatore thetiano, i giudici della Corte Suprema e i comandanti
dell'Esercito e della Flotta, che detenevano l'autorità giuridica massima sulle loro truppe.
«Riconosco la tua autorità» concesse con riluttanza Mezentus, sgranando gli occhi, poi la
conversazione si fece di nuovo generale.
«Non può essere stato quel cuoco... troppe persone gli hanno fornito un alibi» affermò mia
madre, poi si accorse di me, e aggiunse: «Ah, Cathan, stiamo cercando di trovare il colpevole prima
che possa distruggere le prove. Il vino particolare di tuo padre è stato avvelenato, dopo essere stato
tirato fuori dalla cantina. I sospetti sono parecchi, ma stiamo cercando di restringere il loro numero.»
«Vuoi dire che il colpevole è qualcuno del Palazzo... addirittura del Casato?» domandai,
sgomento.
«Quelli che hanno avuto l'opportunità di farlo non sono poi molti» osservò Tanais. «Il
cameriere non c'entra nulla, si è solo trovato nel posto sbagliato, nel momento sbagliato.»
«C'è qualcuno che abbia delle connessioni con Lord Foryth?» chiesi.
«Pensi che ci sia lui anche dietro a questo?»
«Non vedo chi altri possa avere qualcosa da guadagnare.»
«Forse il Conte Lexan» intervenne Palatine, alle mie spalle. «Questa situazione gli spiana la
strada, perché Moritan è malato, tuo padre è stato tolto di mezzo, e Courtières è il solo capo dotato di
esperienza che rimanga disponibile.» «Credi che sia in pericolo anche lui?» intervenne mia madre, in
tono tagliente.
«Potrebbe esserlo.»
«È troppo tardi per contattare Dalriadis e dirgli di trasmettere l'avvertimento?»
«Courtières trarrà le mie stesse deduzioni» garantì Palatine.
«Possiamo andare avanti con le indagini per scoprire il responsabile?» domandai, in tono
impaziente. «Quando lo avremo trovato, potremo chiedergli per ordine di chi stesse agendo, così
sapremo contro chi ci dobbiamo difendere.»
Soltanto allora mi resi infine conto del perché mio padre avesse mandato quella minaccia a
Foryth, e compresi che la sua reazione non era stata per nulla esagerata, dato che io stesso mi sentivo
ora pronto a fare la stessa cosa. Mio padre si era però venuto a trovare a un passo dalla morte, a causa
delle sue azioni, segno che chi si celava dietro a tutto questo stava facendo sul serio, e per quel che ne
sapevo era anche possibile che Lexan e Foryth stessero operando congiuntamente, un'eventualità a cui
non mi andava di pensare.
Un consigliere si alzò per cedermi la sua sedia, e io presi posto fra Tanais e mia madre, mentre
Palatine e Ravenna si fermavano dietro di me, guardando da sopra la mia spalla.
«Fate entrare il prossimo testimone!» ordinò Tanais.
Con il trascorrere della serata, mentre i presenti nella Grande Sala si facevano sempre più
impazienti, interrogammo tutti quelli che potevano aver avuto modo di avvelenare il vino o di vedere
l'avvelenatore all'opera, poi esaminammo il tappo della bottiglia, alla ricerca di segni di punture o di
qualche indicazione su come vi fosse stato immesso il veleno, ma non trovammo nulla.
La bottiglia di vino era stata prelevata in cantina un'ora prima della cena e sistemata nella
ghiacciaia, dove era rimasta fino all'arrivo di mio padre, poi era stata stappata e deposta sul suo scaffale
speciale, vicino alla porta, fino al momento in cui il cameriere l'aveva utilizzata. Soltanto il custode
della cantina, il personale delle cucine, i maggiordomi o i camerieri potevano averla avvelenata.
Una volta stabilito questo, ci venimmo però a trovare davanti a un muro, e per quanto
continuassimo a interrogare una persona dopo l'altra, non ci avvicinammo di un passo alla scopèrta del
sicario.
Alle undici, quando ormai la gente confinata nella Sala iniziava a rimostrare in modo sempre
più deciso, ci rimanevano soltanto tre camerieri e stavamo interrogando il capo cameriere, un uomo che
apparteneva a un Casato che era tradizionale alleato del nostro, chiedendogli quali fossero stati i suoi
movimenti e quelli degli altri camerieri.
«Sono entrato nella sala poco prima che arrivassero tutti, per verificare com'erano stati
apparecchiati i tavoli» spiegò, «poi sono andato in cucina per chiedere una cosa al capo cuoco.»
«Che cosa?»
«Quanti piatti sarebbero stati serviti alla tavola alta.»
Questo combaciava con quello che ci avevano detto in precedenza il cuoco e il sotto cuoco.
«Non era una cosa un po' insignificante, per cui non valeva la pena di scomodarsi?» domandò
d'un tratto Palatine.
«Forse per te, mia signora, ma non per me» ribatté l'uomo, mostrandosi risentito per quella che
gli appariva come l'intrusione di un'estranea. «Il mio lavoro è proprio quello di badare ai dettagli.»
«E sei andato nelle cucine passando dalla porta della Sala?» chiese Tanais.
«Sì.»
«Nel passare, hai notato la bottiglia di vino sullo scaffale?»
«Sì. Era al suo solito posto, e mi sono fermato per accertarmi che tutto fosse come doveva
essere.»
«La bottiglia era pulita?» intervenne di nuovo Palatine, e questa volta fu lo stesso Tanais a
scoccarle un'occhiata irritata.
«Pulita? Perché me lo chiedi?»
«La bottiglia era pulita e spolverata?» insistette Palatine.
«È ovvio che lo era» dichiarò l'uomo, in tono seccato.
Palatine prelevò la caraffa incriminata dal tavolino posto dietro la mia sedia, e io girai la testa
per vedere cosa stesse facendo.
«In tal caso, perché ti sei chinato a soffiarci sopra? Due persone ti hanno visto, e hanno pensato
che stessi solo soffiando via della polvere, ma è stata una cosa strana da fare, e mezz'ora più tardi il
bordo della caraffa si è scolorito.»
«Cosa stai dicendo, Palatine?» domandò con impazienza mia madre.
«Stai accusando quest'uomo?»
«Sto dicendo che se si soffiasse il contenuto di un sacchetto di polvere di ijuan sul bordo di
questa caraffa, si otterrebbero esattamente questi segni» replicò Palatine, parlando sempre più in fretta.
Io mi girai di scatto verso il capo cameriere, cogliendo la sua espressione in un momento in cui
aveva la guardia abbassata, cosa che dovettero fare anche altri fra i presenti.
«Tu cos'hai da dire al riguardo?» domandò con freddezza mia madre.
«Tutto questo è un'invenzione assurda... non avete prove.»
«Oh, io credo invece che Palatine abbia appena dimostrato che le abbiamo» ribatté Tanais.
Io mi sentii sgomento... conoscevo quell'uomo, che aveva prestato servizio a Palazzo per quasi
tutta la sua vita, e non potevo credere che ci avesse traditi.
Poi, nel vedere il suo volto che si trasformava in una maschera di odio, mi resi conto che il suo
tradimento era effettivo. Infilata una mano in tasca, l'uomo ne estrasse una sfera nera del diametro di
circa cinque centimetri, e la scagliò verso Tanais, al centro del gruppo degli accusatori.
«Morite, tutti quanti!» esclamò.
La sfera colpì una gamba della sedia di Tanais e scoppiò, generando lingue di fiamma che
aggredirono la sedia e il resto degli arredi con una rapidità stupefacente. Qualcuno urlò, e io mi lanciai
in avanti, lontano dal fuoco, nel momento stesso in cui il massiccio soldato si alzava e toglieva di peso
mia madre dal percorso dell'incendio. Intorno, altre persone stavano cercando di spostarsi di qua e di là
per allontanarsi dalla fila di divani e di poltrone divorati dalle fiamme, che si stavano spargendo per la
stanza; una delle guardie estrasse intanto la spada per abbattere il cameriere, ma poi si perse di coraggio
nel vedere le fiamme avanzare sul tappeto nella sua direzione, e insieme al suo compagno prese a
spostarsi dalla loro traiettoria... impresa all'apparenza vana, dato che in pochi secondi l'incendio si era
già esteso a tutti gli arredi e cominciava ad aggredire le pareti.
«Cathan!» gridò Ravenna, superando di corsa il breve spazio che ci separava. «Non c'è tempo
da perdere, devi aiutarmi!»
Io vidi Tanais deporre a terra mia madre e rivolgermi un cenno urgente, di cui non riuscii però a
capire il significato.
Ravenna intanto mi prese le mani, e prima che avessi il tempo di rendermi conto di quello che
stava facendo, avviò il contatto magico fra noi.
«Aiutami» ripeté, nella mia mente. «Libera la magia.»
Chiudendo gli occhi, permisi alla mia consapevolezza di fluire lungo il legame che ci univa,
scendendo attraverso i livelli del corpo, fino alla mente e al confine del regno dell'anima. Adesso stavo
fluttuando in un'oscurità infinita, nello strano regno della mente che nessuno di noi due era in grado di
capire... e sapevo con esattezza che cosa fare.
Attraverso il nulla, mi lanciai verso di lei, e per un momento provai di nuovo quell'aliena
sensazione di unione che avevo avvertito quando avevamo sigillato reciprocamente la nostra magia,
solo che questa volta ci muovemmo insieme, come una sola entità, per infrangere le barriere che
bloccavano i nostri poteri.
Fu come una piena, un'onda di marea che si riversasse su tutto, e che in un istante tornò a
separarci. Avvertii nel mio corpo la scarica, quasi elettrica, generata dal riaffiorare del potere, di quella
strana miscela di Ombra e di Acqua, derivante dal mio stesso sangue e dall'addestramento ricevuto.
Poi capii perché Ravenna avesse preso quella decisione e mi affrettai a riportare la mente nel
mio corpo. Intorno a noi, la stanza era un inferno di fiamme e di fumo, dovunque si sentiva urlare, e al
centro di quello scenario da incubo il cameriere era diventato una torcia umana, con la bocca spalancata
in un urlo silenzioso, mentre il fuoco lo consumava.
Attinsi al mio potere, quello innato dell'Acqua che non avevo quasi mai utilizzato, e svuotai la
mente per la prima volta da settimane... incontrando una difficoltà quasi pari a quella che avevo
riscontrato all'inizio dell'addestramento... poi estesi le mie percezioni al di fuori della stanza in fiamme,
verso il tranquillo mare notturno, e spostai nella stanza, dove già l'Ombra stava soffocando le fiamme
intorno ai presenti, la forza di una tonnellata di acqua marina. Sentii l'ondata investirmi fisicamente e
scagliarmi contro la parete, e mentre scivolavo sotto la superficie conservai quel tanto di coscienza di
ciò che stava accadendo da rendermi conto che non potevo correre il rischio di essere visto, non se
volevo sopravvivere a quella serata.
Nel riaprire gli occhi, constatai che le fiamme non erano state generate dalla nafta, perché
l'acqua le aveva spente, mentre la nafta continuava a bruciare anche su di essa; d'altro canto, era
possibile che l'impatto improvviso dell'ondata fosse stato sufficiente a soffocarle.
Quando infine riaffiorai per guardarmi intorno, constatai che l'acqua mi arrivava all'incirca
all'altezza del collo.
Del fuoco non c'era più nessuna traccia e la stanza era rischiarata dalla luce aetherica che
proveniva dall'esterno, non più schermata dalle tende, che dovevano essere state strappate via. Qua e là
potevo distinguere volti e sagome... Palatine, la figura massiccia di Tanais, vicino a mia madre, alcuni
dei membri del Consiglio... mentre di altri non c'era più nessun segno.
«Tutti si tengano aggrappati a qualcosa» disse Tanais, con voce che risuonò d'un tratto molto
forte in quello che era diventato uno spazio decisamente più ridotto, poi si diresse verso la finestra, con
l'acqua che gli arrivava appena sopra la cintura, si sostenne alla parete con una mano e spalancò i vetri
con un calcio, permettendo all'acqua di mare di riversarsi sulla terrazza e da lì nei giardini.
Io mi sentii trascinare dal suo defluire, ma l'oggetto a cui mi tenevo ancorato era troppo pesante
per essere spostato, e quando infine il livello dell'acqua calò a sufficienza constatai che si trattava di
metà di un tavolo.
Non appena fu possibile aprire le porte, una quantità di luce e di persone si riversò nella stanza,
permettendomi di scorgere quattro o cinque cadaveri, orribilmente bruciati, che giacevano sul
pavimento, e il resto di noi superstiti che si guardava intorno in preda allo stordimento e alla
confusione. Non volevo pensare alla devastazione che quella sera si era abbattuta sulla mia città a causa
del tradimento di un singolo uomo, che giaceva ora carbonizzato sul pavimento. Un uomo che era stato
uno dei nostri più fidati dipendenti.
Dopo quanto era accaduto, non aveva più molto senso continuare a tenere in attesa i membri del
Casato e gli altri ospiti, quindi ordinai ai marine di aprire le porte e di dire a tutti di tornare a casa. Il
mobilio della stanza in cui ci eravamo trovati era andato interamente distrutto, ridotto a un mucchio di
frammenti e di cenere; in mezzo a quella devastazione, i marine, alcuni dei quali piangevano
apertamente, provvidero a coprire e a rimuovere i cadaveri del cameriere, dei loro due compagni e dei
due membri del Consiglio che avevano perso la vita. Uno di essi era Mezentus, e io mi chiesi cosa avrei
mai potuto dire a sua figlia, una ragazza più o meno della mia stessa età che adesso aveva perduto
entrambi i genitori.
I problemi della serata non si erano però ancora esauriti. Neppure due minuti dopo la riapertura
delle porte, Midian si presentò insieme a quattro preti e al mago della mente, facendo irruzione nel
Palazzo e pretendendo di sapere cosa fosse successo.
Alla luce di quanto era appena accaduto, io non ero dell'umore più adatto per tollerare la sua
arroganza halettita, e il suo tono fu così offensivo che mi trattenni a stento dall'aggredirlo verbalmente.
«Parecchie persone sono morte a causa di un atto di tradimento, Pontefice» ribattei. «È una
questione che riguarda esclusivamente me, in assenza di mio padre.»
«Ti stai sbagliando, esconte, e di molto.»
«Per il momento, Avarca Midian, io sono il Conte» precisai. Infatti, doveva sempre esserci un
conte attivo al comando del clan, e finché mio padre fosse stato malato io ne avrei detenuto il titolo.
«Questo è irrilevante. Stanotte, qualcuno ha utilizzato la magia dell'Acqua, il che costituisce
una delle forme più immonde di eresia. Adesso il mio mago della mente testerà tutti i presenti per
scoprire il responsabile e occuparsi di lui.»
«Non farai nulla di tutto questo, Midian. Mio padre è stato avvelenato, ed è possibile che non
sopravviva, cinque membri del mio clan sono morti, il mio Palazzo è stato quasi distrutto dalla magia
del Fuoco, e la sola cosa che ci abbia salvati è stato questo mago dell'Acqua, chiunque sia. Noi tutti gli
dobbiamo la vita, Midian.»
«Cathan, rivolgiti a me con il dovuto rispetto e fatti da parte, altrimenti sarai accusato di eresia,
per voler proteggere questo eretico.»
«Se lo facessi, infrangerei il Codice» dichiarai, cominciando a cedere alla disperazione.
Il Codice era un insieme di antiche leggi thetiane che avevo studiato alla Cittadella, e che
esigevano un legame di fedeltà nei confronti del proprio clan molto più intenso e rigido di quello
solitamente esibito. Attualmente, soltanto alcuni dei clan thetiani più tradizionalisti, fra cui quello di
Palatine, applicavano ancora il Codice.
«Forse, se ne seguissi i dettami» ribatté Midian. «Questa non è Thetia, e tu non puoi raggirarmi
in questo modo.»
«Cathan ha ragione» ringhiò Tanais, con il volto atteggiato a un'espressione che ebbe il potere
di terrorizzarmi, anche se non era rivolta a me.
«Sono io il responsabile della magia dell'Acqua utilizzata questa sera, e ti suggerisco di
dimenticarti di quanto è accaduto, perché non c'è nulla che puoi fare contro di me.»
Nel parlare, mi segnalò di non interloquire, ma del resto per il momento io non avevo nessuna
intenzione di farlo, perché ero certo che lui fosse in grado di difendersi molto meglio di come avrei
potuto fare io... se era davvero Tanais Lethien.
«Sei un eretico, quindi ti dichiaro in arresto nel nome del Dominio» ringhiò Midian.
«Scagliami pure contro le tue piccole parole patetiche, prete, ma sta attento, perché non ci
penserò due volte a rimuovere te o chiunque altro dovesse intralciarmi il passo. Questo include i tuoi
uomini, Cathan. E adesso, prete, ti suggerisco di lasciare all'istante questo Palazzo.»
Midian fissò prima Tanais e poi me con uno sguardo rovente e così carico di odio da
ghiacciarmi il sangue, e sul suo volto non scorsi la minima traccia di timore.
«Ti vedrò bruciare» disse, poi girò sui tacchi e uscì a passo di carica, con i suoi preti che lo
seguivano impassibili e silenziosi.
Lasciandomi a domandarmi a chi avesse inteso rivolgere quell'ultima minaccia.
Per quanto mi sentissi sfinito, non potevo ancora andare a letto, perché c'erano due cose che
dovevo fare e ne potevo rimandare all'indomani soltanto una, sempre che mi fossi deciso a farla.
Stancamente, chiesi a Palatine e ad Hamilcar... Ravenna non si trovava da nessuna parte... di salire
nell'ufficio di mio padre, che adesso era tornato a essere il mio, anche se continuavo a desiderare che
così non fosse.
«Hamilcar, credi che ci sia Foryth, dietro a tutto questo?» chiesi, quando ci fummo seduti.
Hamilcar appariva esausto; quanto a Palatine, non sembrava stanca, soltanto triste.
«È possibile» ammise lui, in tono cauto, «però ne dubito. Se è stato lui, non può aver agito da
solo. I Grandi Casati finiscono per venire distrutti, quando fanno cose del genere a un clan, quindi
Foryth deve avere il supporto di qualcun altro.»
«In meno di un mese abbiamo avuto due attacchi dei pirati, una scorreria dei nativi, un tentativo
di sabotaggio al porto, l'assassinio del re e adesso questo avvelenamento» riassunse Palatine. «Tutte
queste cose, verificatesi a così breve distanza le une dalle altre, devono essere in qualche modo
collegate, considerato che tutto quello che è successo ha costituito un problema o addirittura un danno
per Lepidor, inclusa la morte del re.»
«Foryth non avrebbe mai fatto una cosa del genere. Quello è stato un assassinio politico ad alto
livello, e un Grande Casato non avrebbe potuto semplicemente far fronte alle ripercussioni di un gesto
del genere.»
«Eppure sembra che anche in questo ci sia un collegamento» osservai.
«La faida con i Canadrath, che ha avuto inizio contemporaneamente all'assassinio, il fatto che
Moritan sia rimasto ferito nel corso dell'aggressione al re e il fallito attentato contro Arcadius.»
«Se avessero ucciso Arcadius, ora saremmo avviati verso una vera e propria guerra» affermò
Palatine, «perché Orosius sarebbe andato su tutte le furie. No, io credo che non abbiano mai avuto
davvero intenzione di ucciderlo, e che lo abbiano assalito soltanto per generare l'ostilità dei Thetiani.»
«Se Foryth ha avuto a che fare con l'accaduto» dichiarò Hamilcar, «vuol dire che qualcuno si è
servito di lui.»
«Ma chi? Chi ha un motivo per attaccare l'Impero in questo modo?»
«Gli Halettiti.»
«È una tesi che non regge» ribatté Palatine, in un tono che accantonava il suggerimento. «Gli
Halettiti non hanno una flotta, e i Thetiani non hanno un esercito abbastanza vasto.»
«Forse gli Halettiti speravano che i Thetiani incolpassero Foryth e distruggessero Taneth per
loro.»
«Senza dubbio, neppure Orosius sarebbe mai tanto stupido!»
«È un Tar'Conantur» ribatté Hamilcar, allargando le mani. «Quando ci sono di mezzo loro, non
si può mai sapere.»
«Non siamo tutti pazzi» protestai, senza quasi notare che, per la prima volta, mi ero associato
spontaneamente a quella famiglia.
«La maggior parte di voi lo è... sempre supponendo che tu sia un Tar'Conantur. Io ho sempre la
tendenza a essere scettico.»
«Chiedilo a Tanais» disse Palatine.
«Soltanto gli Elementi sanno chi lui sia. Quanti uomini di duecentocinquant'anni hai mai
incontrato?» ritorse Hamilcar.
«Non è questo il punto» replicò Palatine, piccata. «Quale credi sarà la prossima mossa di
Foryth?»
«Non ha fatto avvelenare il Conte Elnibal per il puro gusto di farlo» dichiarò Hamilcar, con
espressione d'un tratto grave. «È ovvio che intendeva ucciderlo, ma deve esserci qualche vantaggio che
pensava di ottenere da questo. Ho il sospetto, Cathan, che lui faccia affidamento sulla tua inesperienza,
il che significa che entro qualche giorno, o qualche settimana, succederà dell'altro. Chiunque sia il
responsabile dell'accaduto, il tempismo è stato troppo perfetto perché si tratti di una coincidenza,
quindi entro pochi giorni, o al massimo una o due settimane, questo ignoto nemico tornerà a colpire,
chiunque sia, e credo che intenda sferrare il colpo decisivo.»
CAPITOLO VENTOTTESIMO
Il mattino successivo fu qualcosa di spaventoso.
Mi svegliai molto presto da un sonno inquieto pervaso di incubi, e fui subito assalito dal ricordo
di quello che era successo la sera precedente, come pure dalla consapevolezza che non avevo modo di
sapere se Elnibal fosse ancora vivo, dato che era troppo presto perché la manta avesse già raggiunto
Kula.
Non avendo appetito, andai a fare una nuotata, ma neppure questo mi fu d'aiuto, perché i ricordi
della sera precedente continuarono a perseguitarmi dovunque andassi, e quando mi immersi ebbi di
colpo l'impressione di essere di nuovo in quella stanza allagata.
Al mio rientro, incontrai nell'atrio Tanais, in procinto di scendere al porto per imbarcarsi sulla
Parasur e tornare a Pharassa.
«Parti di già?» gli chiesi.
«Non posso restare qui, non dopo quello che ho detto a Midian, la scorsa notte. Perché hai
dovuto usare la tua magia? Avrei potuto provvedere io a spegnere le fiamme, e non avremmo avuto
tutti questi problemi.»
«Tu non sei un mago, quindi cosa avresti potuto fare?» ribattei, ancora iroso e un po'
aggressivo.
«Il mio medaglione è intriso di magia dell'Acqua» spiegò lui, con una calma che mi fece quasi
infuriare, dando l'impressione di non notare neppure il mio tono. «Lo ha fatto Carausius, prima di
morire. Ormai non ne rimane più molta, ma avrei potuto estinguere quel fuoco, e il mago della mente
non avrebbe percepito la magia, perché sarebbe scaturita dal medaglione.»
«E come potevo mai fare a saperlo?»
«Ti ho gridato di aspettare, e tu mi hai visto, ma poi sei stato troppo assorbito da quel tuo strano
rituale con Ravenna per capire cosa avessi inteso dire. Si può sapere cosa stavate facendo?»
«Quando è arrivato quel mago della mente, io e lei abbiamo bloccato i nostri reciproci poteri
per impedirgli di individuarli. La scorsa notte, è stata Ravenna a decidere che dovevamo liberarli.»
«Non poteva saperlo, ma ti ha messo in pericolo più di quanto avrebbe mai potuto fare Midian.
Penso che abbiate una settimana di tempo al massimo, prima che lui si renda conto di quello che è
effettivamente successo, poi dovrete trovare il modo di neutralizzarlo, oppure andarvene.»
«Grazie tante» ribattei in tono amaro, pensando che avevo commesso un nuovo errore e
chiedendomi quale sarebbe stato il prossimo. «Quando pensi di tornare? Sempre supponendo che noi si
sia ancora qui, e che nel frattempo l'Inquisizione non ci abbia arrestati, naturalmente.»
«Tornerò entro un mese. Proteggiti, e rammenta che qui nessuno è ciò che sembra essere»
replicò Tanais, poi si diresse verso la porta, e io non cercai neppure di seguirlo.
«Questo cosa dovrebbe significare?» gli gridai dietro, ma non ebbi risposta.
E così adesso, grazie a Ravenna e alla mia cieca stupidità, il Dominio avrebbe scoperto che ero
un mago. Nel formulare quella riflessione, in un primo tempo non mi resi conto davvero di cosa
comportasse tutto questo, finché non ricordai l'avvertimento di Tanais riguardo al fatto che me ne sarei
dovuto andare. Andarmene? Lasciare Lepidor? Come avrei mai potuto farlo, considerato che non c'era
nessuno che potesse sostituirmi nella carica di conte? E poi, dove sarei mai potuto andare? Mi
avrebbero marchiato come eretico e braccato ovunque. Forse il Qalathar sarebbe potuto risultare un
porto sicuro... fino a quando gli eserciti dei Crociati non fossero venuti a finire ciò che avevano avviato
ventitré anni prima. Dannazione a Ravenna!
A quell'ora c'erano ancora poche persone in giro, e si avvertiva un terribile vuoto dove avrebbe
dovuto esserci mio padre, al centro dell'andamento della casa. Ricordavo tutte le altre volte in cui,
come quel giorno, mi ero alzato presto, e lui c'era sempre stato; anche quando era stato lontano, alla
Conferenza, io avevo sempre avuto la certezza che fosse sano e salvo, mentre adesso non sapevo
neppure se sarebbe tornato ed ero la sola persona che si parasse fra Lord Foryth e Lepidor.
Salito nell'ufficio di mio padre, mi chiusi la porta alle spalle e mi sedetti sulla sua sedia,
fissando con occhi vuoti le carte sparse sulla scrivania. Lui si era lasciato un appunto per ricordarsi di
dirimere una contesa fra due Casati, cosa che adesso avrei dovuto gestire io. Sperando che fare
qualcosa mi aiutasse a distrarmi, tirai verso di me il mucchio di documenti rimasti dal giorno
precedente, e non ancora vagliati a causa dell'inatteso arrivo di Tanais: come al solito, quel lavoro
burocratico risultò arido e noioso, ma servì a distogliere una parte della mia mente dai problemi che
avevo davanti.
Lavorai con determinazione per qualche tempo, fino a quando fui interrotto da qualcuno che
bussava alla porta. Per un momento rimasi seduto in silenzio, perché sapevo di chi si trattava e in quel
momento non avevo nessuna voglia di vederla; d'altro canto, non potevo neppure ignorarla.
«Avanti» dissi infine.
«I marine hanno perquisito l'alloggio di quell'uomo, ma non hanno trovato nulla» annunciò
Ravenna, entrando.
«C'era da aspettarselo.»
Seguì una pausa di silenzio, carica di tensione, durante la quale lei richiuse la porta e si mise a
sedere.
«Tanais è partito?» chiese poi.
«Se n'è andato circa mezz'ora fa. A suo parere ci vorrà circa una settimana, prima che Midian
arrivi a capire chi sia stato l'effettivo responsabile della magia della scorsa notte. Tutto quello che deve
fare è controllare nella sua copia dell'Historia per appurare che Tanais non possiede poteri magici di
sorta.»
«Che altro avrei dovuto fare? Restarmene ferma lì a morire bruciata?»
«Devi aver visto il gesto di Tanais. Io l'ho notato, ma mi hai afferrato prima che avessi il tempo
di riflettere.»
«E allora? Lui non possiede magia.»
«Invece sì, nel medaglione.»
«Cathan, non puoi biasimarmi per quello che ho fatto. Per quel che ne sapevo, tu eri la sola
persona in tutta Lepidor che potesse spegnere quel fuoco. Di certo avrai percepito che quelle fiamme
non erano naturali.»
«No, non credo di poterti biasimare, ma resta il fatto che entro una settimana dovrò andarmene
da qui, a meno che troviamo il modo di fermare Midian.»
«Ed è colpa mia anche questo?»
«Ho usato la mia magia, e lo hai fatto anche tu, quindi siamo entrambi in pericolo.»
«Può darsi che tu lo sia. Quanto a me, la magia a cui ho attinto non è stata tale da poter essere
rilevata.»
Perché mai stava dicendo una cosa del genere? Forse pensava di non essere obbligata a fare
nulla per aiutarmi a uscire dal pasticcio in cui lei stessa mi aveva ficcato?
«Ecco, potresti almeno cercare di aiutarmi, se non altro nel tuo stesso interesse» replicai. «Non
posso lasciare il clan, Ravenna, perché fino al ritorno di mio padre io sarò il conte, e non c'è nessuno
che possa prendere il mio posto. Se dovessi andarmene, il mio Casato perderebbe potere, il contratto
con Hamilcar non reggerebbe, e Foryth avrebbe la vittoria in pugno. E non ci sarebbe più nessuno a
fermare Midian.»
«Non ho mai detto che non ti avrei aiutato» osservò lei.
«Lo hai sottinteso. Hai qualche suggerimento utile, qualche modo per aggirare questo piccolo
problema?»
«Non vedo proprio cosa tu possa fare, a parte uccidere Midian. Non abbiamo il tempo di
scoprire se possiamo ricattarlo, e non possiamo certo evocare una tempesta che lo tenga bloccato nel
Tempio per tutta la settimana.»
«Questo è un aiuto, oppure è la voce della disperazione?» domandai.
«Sto facendo quello che posso, nel nome di Thetis!» esclamò lei, con un bagliore iroso nello
sguardo. «La maestra della strategia è Palatine, quindi rivolgiti a lei.»
«Palatine non possiede la magia, Ravenna, tu sì» le ricordai.
«La possiedi anche tu, però nel tuo caso è un talento innato, per cui ti basta schioccare le dita
per avere più potere di quanto le altre persone possano mai sperare di acquisirne.»
«E questo cosa c'entra?» domandai. «Non stiamo discutendo delle origini della nostra magia,
stiamo cercando di tenere testa al Dominio.»
Ravenna si alzò dalla sedia e aggirò la scrivania, il volto atteggiato a una maschera gelida.
«Senza dubbio, non avrai difficoltà a spazzarli via con una folata di vento, loro e chiunque altro
venga a investigare, quindi non c'è bisogno che ti mostri condiscendente.»
«Di cosa stai parlando? Non mi sto mostrando condiscendente! Cosa ho detto di male?»
protestai, perplesso di fronte alla sua improvvisa ostilità, in quanto ero certo di non aver detto nulla di
offensivo e non riuscivo quindi a comprendere per quale motivo mi si stesse rivoltando contro in quel
modo.
«Cosa ho detto di male?» ripeté lei, con quel suo tono piatto, trasformando le mie parole in una
grottesca parodia. «Sei così indifferente a tutti noi, poveri, inferiori mortali, che non ti preoccupi
neppure di stare attento a quello che ci dici? Oh, è naturale, io posseggo la magia, quindi potrei esserti
di qualche utilità, aiutarti a uscire dalla situazione in cui ti sei ficcato perché ieri, nella tua altezzosa
onnipotenza, non hai riflettuto prima di utilizzare tutto quel potere magico.»
Adesso stava quasi urlando, e la sua voce aveva perso parte del consueto tono controllato e
privo di emozione, mentre lei si protendeva in avanti sulla scrivania, lo sguardo fisso su di me.
Lentamente, mi alzai in piedi, sentendo riaffiorare la mia ira di poco prima, a stento repressa e ora
alimentata da quelle sue accuse assurde e infondate.
«Tu stessa hai ammesso di aver agito d'impulso a causa della situazione in cui eravamo, la
scorsa notte» obiettai. «A te dunque è permesso farlo, mentre a me no?»
«Noi meri mortali dai poteri limitati dobbiamo imparare a controllarli, di tanto in tanto. Io non
ho scatenato tanta magia da far sì che ogni mago presente in Oceanus la percepisse. Hai usato un
maglio per rompere una noce, e adesso non ne vuoi accettare le conseguenze.»
«Ti ho salvato la vita, o forse lo hai già dimenticato?»
«Mi hai salvata in modo da poter sfruttare la cosa contro di me, la prossima volta che avessi
avuto bisogno di dare l'impressione di consultare il resto di noi prima di approntare i tuoi piani.
Naturalmente c'è sempre Palatine, che è una dannata Tar'Conantur come te, e che è degna di essere
consultata, anche se non ha Ranthas solo sa che cosa che le scorre nel sangue» infuriò Ravenna.
Io cercai di dire qualcosa per interromperla, ma lei mi ignorò e continuò la sua rovente
invettiva.
«Non ti sei mai domandato perché io sia collassata, la prima volta che ci siamo collegati? Non
me lo hai mai chiesto, naturalmente, perché la cosa non ti interessava, quello che t'importava era
soltanto il fatto di essere momentaneamente al sicuro da Midian, fino a quando non avessi trovato il
modo di affrontarlo a modo tuo. Io ero soltanto uno strumento, che ogni tanto suggeriva qualche idea
utile.»
«Questo non è vero!» protestai, ferito da quello che lei stava dicendo, ma Ravenna alzò ancora
di più il tono di voce, per sovrastarmi, e continuò a fissarmi dall'altro lato della scrivania con occhi
colmi d'ira.
«Non hai mai neppure pensato che il mio collasso potesse aver avuto qualcosa a che vedere con
te, con la tua mente... quella tua mente così contorta che mi stupisce perfino che tu riesca a camminare
in linea retta. Ho dovuto guardare nel regno della tua anima, mostruosa progenie dannata dagli dèi di
quella malvagia, corrotta famiglia da cui provieni. Tu non sei diverso dagli altri, dal traditore Ragnar,
dal folle fratricida Valdur, da quella cagna assassina di Landressa, che non sarebbe mai dovuta
diventare imperatrice. La tua famiglia distrugge tutto quello che tocca, perfino le persone care. Quante
mogli e quanti mariti dei Tar'Conantur sono sopravvissuti con la mente intatta? Sei marcio fin nel
profondo del tuo nucleo, Cathan... anche il sangue che ti scorre nelle vene è corrotto.»
Io mi sentii di colpo come se avessi ricevuto una martellata in pieno volto, e barcollai
all'indietro, sorreggendomi ai braccioli della sedia e cercando invano qualcosa da controbattere, troppo
sconvolto da quello che avevo sentito. Non riuscivo a comprendere perché Ravenna mi stesse
rivolgendo accuse del genere, ma la cosa più spaventosa era che una parte della mia mente, quella che
non era stata devastata dalla sua aggressione e da quello che mi appariva come un tradimento, sapeva
che le sue affermazioni non erano tutte menzogne.
«Ti ho ferito nel vivo, vero?» continuò lei, con il volto distorto dall'ira, ma senza perdere una
stilla del suo gelido autocontrollo. «Finalmente qualcuno ha osato dirti la verità in merito ai
Tar'Conantur, senza preoccuparsi di destare le tue ire. Tu, Palatine e tutti i vostri antenati siete fatti
della stessa pasta, sempre pronti ad aggredire e devastare un povero mortale ogni volta che potete fare a
modo vostro. Forse lei lo fa in misura minore, ma la matrice è sempre la stessa. In ogni caso, non devi
preoccuparti di quel mago della mente, perché impazzirà, dopo pochi secondi di contatto mentale con
te. Tu somigli al tuo benedetto parente Orosius più di quanto sappia o voglia ammettere, e sei capace di
causare altrettanta morte e distruzione.»
Io mi accasciai sulla sedia, incapace di incontrare il suo sguardo, o anche solo di guardarla in
volto.
«Tutto quello che volevo era solo un po' di aiuto» mormorai, con voce che suonò ai miei stessi
orecchi come quella di uno sconosciuto.
«Un po' di aiuto! Ma certo! Quello lo ottieni da Palatine e saltuariamente da altre persone di
rango, non certo da povere orfane originarie di Tehama, che non hanno una sola goccia del tuo augusto
sangue. Il solo motivo per cui mi tieni intorno è perché pensi che sono graziosa e che potrei essere
un'interessante concubina!»
Questa volta infine mi decisi a guardarla, mentre tutto il sangue mi defluiva dal volto.
«No!» sussurrai. «Questo mai!»
«Ne ho abbastanza delle tue menzogne, Cathan. Non ti amo, anche se forse ti sei illuso del
contrario, e non mi sei neppure simpatico. Annega pure Midian e tutti i suoi preti, se così ti aggrada,
ma non sperare di ottenere aiuto da me.»
Con quelle parole, Ravenna si girò e si diresse alla porta con passo affrettato, ignorando il mio
grido disperato, poi si richiuse con violenza il battente alle spalle e l'istante successivo la sentii
allontanarsi di corsa lungo il corridoio.
Dopo che se ne fu andata, rimasi a lungo con lo sguardo abbassato, sentendomi
spaventosamente desolato e solo, oltre che tradito. Dopo tutto, io non ero come lei mi aveva accusato di
essere... oppure sì?
Non sapendo più che cosa credere, abbandonai la testa fra le mani e scoppiai in pianto.
Un paio di minuti più tardi, sentii la porta aprirsi e qualcuno entrare nella stanza con passo
leggero. Lentamente, sollevai la testa, temendo che potesse trattarsi di nuovo di Ravenna, ma così non
era.
«Cathan?» chiamò Elassel.
«Lasciami solo.»
«Quelle cose non erano vere.»
«Come fai a saperlo?» ribattei, tornando a guardarla, mentre lei aggirava la scrivania e mi si
accoccolava accanto. «Tu quasi non mi conosci, e non sei una di noi» aggiunsi, rendendomi conto che
doveva aver sentito almeno parte della conversazione, e che adesso sapeva chi ero.
«Vuoi dire che non sono un'eretica? Cathan, per me la religione non significa più nulla. Tutte
quelle cose riguardo ai Tar'Conantur...»
«Provenivano direttamente dall'Historia.»
«E tuttavia non sono vere. Pensa a quante cose lei ha omesso di menzionare, alle persone che
hanno fatto onore alla tua famiglia, come Aetius, Carausius, Tiberius. Perfino Landressa ha contribuito
alla sconfitta dei Tuonetar.»
«Ma ce ne sono stati così tanti che erano pazzi, Elassel, individui malvagi.»
«È lo stesso in tutte le famiglie, la sola differenza è che i Tar'Conantur sono famosi. Non sono
una maga, ma perfino io sono in grado di vedere che non sei come loro.»
«Ma perché mi ha detto quelle cose? Perché mi si è rivoltata contro?»
«Questo non sono in grado di dirtelo, Cathan, soltanto lei può farlo. Quando si è infuriata, però,
ha attinto a qualsiasi argomento le venisse in mente. Quante di quelle cose sono state notate dal resto di
noi? Ravenna ha usato la storia della tua famiglia contro di te, mentre noi tutti non abbiamo neppure
supposto che potessi essere un Tar'Conantur, a parte il tuo aspetto.»
«È così evidente?»
«Lo è per me, ma probabilmente non lo è per nessun altro. Io però ho una notevole memoria per
i volti, e ho visto i ritratti dei Tar'Conantur.»
«Io l'amavo, Elassel. Non mi sono sempre fidato di lei, ma l'amavo, e ho perfino pensato che
potesse in qualche misura provare la stessa cosa per me. Adesso però vedo quanto mi fossi sbagliato.»
«Chiunque dica le cose che lei ha appena detto, per di più in un momento come questo, non è
degno di essere amato da nessuno.»
«Dalla scorsa notte, tutto è andato per il verso sbagliato.» «Adesso sei il Conte di Lepidor,
Cathan, e anche se so che devi stare malissimo, non hai il tempo di pensare a te stesso» replicò Elassel,
poi si alzò e si diresse verso la porta, soffermandosi con la mano sulla maniglia, per aggiungere: «Ero
venuta a riferirti una cosa che ho sentito. Adesso vado a cercare Palatine per portarla qui, perché
ritengo che debba essere informata anche lei.»
Poi uscì, e per qualche momento io rimasi seduto dove mi trovavo, del tutto immobile. Dopo un
po', però, mi riscossi e mi asciugai la faccia con una manica, sedendo più eretto e cercando di apparire
presentabile. Non era decoroso, infatti, che il Conte di Lepidor apparisse abbattuto, ma che importanza
aveva? A cosa mi sarebbe servito avere un aspetto deciso e marziale, se si considerava che la mia
permanenza nella posizione di Conte sarebbe stata la più breve che la storia avesse mai registrato?
Entro non più di sette giorni, Midian avrebbe preteso di arrestarmi come eretico, e a me non sarebbe
rimasta altra alternativa se non quella di ucciderlo, per poi darmi alla fuga. Fuggire però mi sembrava
una cosa inutile, perché in tutto il mondo non ci sarebbe stato posto dove avrei potuto nascondermi a
lungo dal Dominio, e andando via avrei dovuto abbandonare i pochi amici che avevo. Perché faticare
tanto? Non sarebbe forse stato meglio che permettessi a Midian di arrestarmi, facendola finita una volta
per tutte?
D'un tratto sentii altri passi che si avvicinavano lungo il corridoio, poi alcune persone che
parlavano a bassa voce davanti alla mia porta, e quasi senza rendermene conto, ricorsi alla vista
d'ombra per potenziare l'udito e cogliere quello che stavano dicendo.
«... è ingiustificabile. Riferisci ad Atek che deve essere allontanata immediatamente dal Palazzo
e alloggiata in città. Dopo quello che ha fatto, non può rimanere qui.»
«Benissimo. Lo riferirò come un ordine del conte» rispose una seconda voce, che era quella del
cugino di mio padre, il nuovo capo cameriere.
Poi la porta si aprì e Palatine entrò insieme a Elassel. In silenzio, attesi che richiudessero il
battente e si sedessero, ma poi mi resi conto che entrambe stavano aspettando che dicessi qualcosa.
«Allora, Elassel, hai un messaggio per noi?» domandai.
«Sì» rispose lei, allontanandosi una ciocca di capelli dagli occhi e passandola dietro l'orecchio.
«Midian ha ricominciato con le sue angherie e ha cercato di confinarmi nel Tempio, come penitenza
per il mio comportamento ribelle. A quanto pare, non riesce a imparare che queste cose non gli
convengono. Ieri sono sgusciata nel suo ufficio, con l'intenzione di escogitare qualcosa che gli causasse
un serio imbarazzo nel corso della prossima cerimonia, a danno delle vesti che tiene riposte lì in un
armadio. Per farla breve, l'ho sentito arrivare e mi sono nascosta nell'armadio; poco dopo, lui è entrato
nell'ufficio con il suo vice, quel vecchio prete dall'aria severa, che gli aveva portato un messaggio,
ricevuto da un membro dell'equipaggio di quel mercantile che è appena ripartito.»
«Sai cosa dicesse il messaggio?» domandò Palatine.
«Ci sto arrivando, quindi aspetta in silenzio» ribatté Elassel. «Hanno aperto il messaggio, e
anche se non lo hanno letto ad alta voce, hanno comunque discusso a lungo del suo contenuto. A
quanto pare, qualcuno da Pharassa ha chiesto a Midian se poteva interessarsi presso i suoi superiori,
quando fossero arrivati, perché facessero qualcosa in merito al Casato Canadrath... di chiunque possa
trattarsi. Midian è parso piuttosto seccato, ma l'altro prete ha affermato che i Canadrath erano
intervenuti troppo tardi per causare danni a chiunque, tranne a Lijah Foryth, e ha anche aggiunto che ci
avrebbe pensato il re a occuparsi di loro... credo si riferisse ai Canadrath. Questo è tutto.»
«Fare qualcosa in merito al Casato Canadrath» ripeté Palatine. «Si tratta di quel Grande Casato
che ha avviato una faida contro Foryth.»
Nel vagliare a mia volta il contenuto del messaggio, mi soffermai su quella richiesta di
interessamento presso i superiori. Naturalmente, i superiori di Midian potevano essere soltanto alti
prelati del Dominio, che peraltro non si erano preoccupati di avvertire l'Avarca di quanto stava
accadendo perché il solo a soffrirne sarebbe stato Foryth.
«Perché non me ne sono resa conto prima?» esclamò intanto Palatine, che era arrivata prima di
me alla soluzione dell'enigma. «Adesso mi è tutto chiaro, tranne il motivo per cui stanno facendo tutto
questo. Cosa sperano mai di ottenere?»
«Chi sono questi "loro"?» domandai.
«Il Dominio, il Casato Foryth e solo Ranthas sa chi altri. Sono tutti uniti, Cathan. Non è soltanto
Foryth a essere a caccia del contratto per il trasporto del ferro, è il Dominio che vuole non solo il ferro
ma anche qualcosa d'altro, e Foryth è soltanto un suo strumento, nulla di più.»
«Ma perché assassinare il re e fare tutte quelle altre cose, soltanto per impadronirsi di una
miniera di ferro?» obiettò Elassel. «I membri del Dominio possono essere falsi, bastardi e malvagi, ma
non sono stupidi.»
«È questo l'anello mancante» replicò Palatine. «Dietro a tutto questo c'è qualche altra cosa, ma
non riesco a immaginare cosa... so solo che deve avere a che fare con l'Impero.»
«Ci rimangono soltanto due posti dove possiamo chiedere aiuto» affermai, in tono rassegnato:
«Courtières e il Casato Canadrath.»
«Potremmo inviare un messaggio ai Canadrath, avvertendoli di parte di quello che abbiamo
scoperto e chiedendo una temporanea alleanza. Dopo tutto, hanno in corso una faida con Foryth.»
«Ma vi crederanno?» obiettò Elassel. «Perfino noi stiamo avendo difficoltà a credere a tutta
questa storia di un complotto del Dominio, quindi perché dovrebbero crederci loro?»
«Forse dovremmo fornire una prova di qualche tipo» suggerì Palatine, poi s'illuminò in viso e
aggiunse: «Elassel, se la sentiresti di rubare quel messaggio?»
«Mettimi alla prova.»
Dopo che Elassel fu tornata al Tempio, trascorsi la maggior parte del resto della giornata
nell'ufficio di mio padre, impegnato a lavorare su quei documenti che in passato mi avevano tanto
annoiato. Naturalmente, erano ancora noiosi, ma adesso costituivano anche un sollievo, perché non
avevano nulla a che fare con Foryth, con il Dominio, con Ravenna o con qualsiasi altro problema. Mi
feci vedere a cena, poi feci il giro della città per controllare i posti di guardia, ma a parte questo rimasi
nel Palazzo, perché mi sentivo troppo depresso per avere molte energie.
Il giorno successivo portò notizie migliori, quando Elassel si presentò con il messaggio ricevuto
da Midian; un'eventualità che non avevamo preso in considerazione era che lui avesse potuto
distruggerlo, ma per fortuna non lo aveva fatto.
Io ordinai quindi al vice di Dalriadis di far approntare tre dei nostri cinque razzi di mare, e ne
inviai uno a Kula, con una spiegazione per Courtières; gli altri due avrebbero invece raggiunto gli
agenti di Canadrath, a Pharassa. Dal momento che esisteva la possibilità assai concreta che qualcuno
intercettasse il messaggio, infatti, Palatine aveva escogitato un piano per scongiurare quell'eventualità.
Il primo razzo di mare avrebbe trasportato un messaggio fittizio, e al suo arrivo a Taneth, l'equipaggio
si sarebbe trattenuto in città per qualche tempo, cercando di organizzare un incontro segreto con il
Casato Canadrath, mentre il secondo razzo di mare, con a bordo il messaggio vero, sarebbe partito
qualche ora più tardi, e il suo equipaggio si sarebbe presentato direttamente agli agenti dei Canadrath,
per riferire loro ogni cosa. Prima della partenza delle imbarcazioni, inoltre, ci servimmo di una console
aetherica per fare alcune copie del messaggio, nel caso che l'originale andasse in qualche modo
perduto. Io non avrei voluto inviare l'originale, ma Palatine insistette nel ritenerlo necessario, asserendo
che era impossibile autenticare le copie.
Osservai la partenza dei razzi di mare dalla finestra del Palazzo, seguendo con lo sguardo la
tenue traccia della loro scia che usciva dalla baia di Lepidor per perdersi nell'oceano, consapevole che
con quelle navi stavano partendo anche le poche speranze che mi rimanevano. Elassel ci aveva infatti
riferito che erano molte le persone che richiedevano un colloquio privato con Midian, a cui sembrava
essere stata affidata la parte dell'operazione che riguardava direttamente Lepidor, e la sola deduzione
che avevo potuto trarre era stata che la mia città brulicava di spie e che l'onore del clan non aveva più
nessuna importanza.
Un'altra preoccupazione era costituita dai forestieri che erano giunti con il mercantile di Bomar:
due Thetiani, tre Tanethani e un paio di altri. Nessuno di essi sembrava essere un normale visitatore, ed
era insolito che ci fossero tanti arrivi contemporaneamente, quindi Palatine aveva inviato gente del clan
a sorvegliarli, presumibilmente nella speranza che almeno una delle persone incaricate si rivelasse
fedele e venisse a fare rapporto senza nascondere dettagli importanti.
Due giorni trascorsero lenti, poi un razzo di mare proveniente da Kula portò un messaggio in
cui Dalriadis si scusava per la prolungata assenza, dovuta al fatto che la Marduk stava venendo riparata.
La cosa più importante, però, era che i guaritori confermavano che mio padre sarebbe sopravvissuto,
anche se lo aspettava una convalescenza di una durata imprecisata; nel notare la cosa, io mi chiesi se,
quando si fosse rimesso, mio padre avrebbe ancora avuto un clan a cui tornare.
Un'altra nota positiva fu che gli addetti alle riparazioni della manta arcipelaghiana Esmeralda,
che era ormai attraccata da più di un mese alla torre di servizio di superficie, annunciarono che i lavori
sarebbero terminati entro due giorni. Ultimamente, gli Arcipelaghiani si erano fatti irrequieti, e potevo
avvertire la loro impazienza di ripartire; pur essendo, come sempre, una compagnia piacevole, lo stesso
Sagantha mostrava ora un certo desiderio di riprendere la navigazione, senza dubbio per proteggere la
sua passeggera, sempre che esistesse davvero. Sorprendentemente, Midian non aveva ancora intrapreso
nessuna azione contro gli Arcipelaghiani, e io cominciavo a chiedermi se non gli fosse stato ordinato di
ignorarli, in vista di qualcosa di più importante, perché mi sembrava impossibile che il Dominio fosse
disposto a lasciarli andare senza muovere un dito.
«La cosa non mi convince» commentò Palatine, quando gliene parlai.
«Probabilmente escogiteranno una scusa per trattenerli qui all'ultimo minuto, oppure stanno
progettando qualcosa che impedirà comunque loro di partire.»
«Possibile che tendano loro un agguato in mare?»
«Nelle tue acque, come conte saresti responsabile, ma dubito che Sagantha ti biasimerebbe. In
alto mare, invece, la cosa potrebbe essere interpretata come un atto di guerra, e comunque il Dominio
non ha le navi necessarie per fare una cosa del genere» replicò Palatine. «D'altro canto, senza dubbio
potrebbero trovare il modo di procurarsele» proseguì poi. «Avverti Sagantha di partire nel cuore della
notte, e di stare in guardia, nell'eventualità di un attacco a sorpresa.»
La sera precedente la data fissata per la partenza, invitai Sagantha nell'ufficio di mio padre.
«La permanenza qui è stata molto gradevole» mi disse. «A nome dello stato dell'Arcipelago, ti
ringrazio per la tua ospitalità.»
«Per me è stato un piacere avervi miei ospiti» replicai.
Una volta esaurite le formalità di rito, gli versai da bere e ci sedemmo su un paio di comode
poltrone.
«Considerati tutti i problemi che stiamo avendo, posso suggerirti di modificare l'ora prevista per
la partenza?» domandai, poi procedetti a esporre i timori di Palatine, e alla fine l'ammiraglio annuì.
«Mi sembra una buona idea, perché non bisogna mai fidarsi del Dominio. A nessuno piacerà
l'idea di essere buttato giù dal letto a un'ora del genere, ma poi potranno riprendere sonno sulla manta»
commentò, mostrando chiaramente di sapere che io ero un eretico.
«Mi è concesso chiedere dove siete diretti?»
«Stavamo andando alle Isole del Settentrione, per prelevare altre persone, ma dopo tutto questo
ritardo credo che punteremo invece su Mons Ferranis. Vorrei chiederti un favore, anche se mi rendo
conto che la cosa può riuscirti imbarazzante.»
«Dimmi di cosa si tratta» replicai, in tono cauto.
«Vorrei che Ravenna venisse con noi. Con tutto il rispetto, attualmente Lepidor non è un posto
sicuro, e Ravenna è più importante per l'Arcipelago di quanto sappia lei stessa.»
«Non posso obbligarla.»
«Questo è ovvio. Ho intenzione di chiederglielo, prima di partire, e volevo solo essere certo che
la cosa non ti creasse problemi.»
«Nessun problema» garantii. Le parole di Ravenna erano ancora incise a fuoco nella mia mente,
e non volevo più vederla.
In quel momento fummo interrotti dal ronzio del comunicatore sulla scrivania, e io mi alzai per
andare a rispondere: a chiamarmi era il mastro portuale di servizio, dal suo ufficio nel mozzo del porto.
«Conte, si sta avvicinando una manta che chiede il permesso di attraccare» riferì.
«Di chi si tratta?» domandai, messo in guardia da qualcosa che avevo percepito nella sua voce.
«Numerosi preti del Dominio e un Primate degli Elementi...»
«Etlae?»
«Si chiama così. Sono a bordo di una manta reale.»
Mi chiesi cosa ci facesse lì Etlae, con un seguito di altri preti. Probabilmente doveva trattarsi
della corte d'Inquisizione venuta per i Qalathari, ma se così era, perché inviare Etlae? Lei era dalla
nostra parte.
«Riferisci che abbiamo dei problemi con le torri di servizio e che non possono ancora
attraccare. Se dovessero insistere, trattienili per mezz'ora.»
«Vuoi che menta a un Primate?»
«Potrebbe essere un impostore... mi serve il tempo per verificarlo.»
«Benissimo, signore, però ricorda che sei stato tu a ordinarmelo. Troncata la comunicazione, mi
girai verso Sagantha.»
«Puoi far preparare la tua gente in mezz'ora?» domandai.
«Saranno pronti» garantì, posando il bicchiere. «Lungo la strada passerò dall'alloggio di
Ravenna. Addio e buona fortuna.»
«Anche a te.»
Sagantha si allontanò di corsa lungo il corridoio, e non appena fui solo attivai il comunicatore
interno, convocando Palatine nell'ufficio. Avevo appena spento il comunicatore che mi arrivò un'altra
chiamata dal porto.
«Mio signore, non si sono fermati. Si stanno dirigendo verso il porto alla massima velocità, e mi
hanno detto che sei in arresto per eresia.»
«Questo significa che il Primate è un impostore! Blocca il porto.»
«Non posso farlo, mio signore, non contro un Primate» replicò il mastro portuale, poi interruppe
il collegamento e non mi fu più possibile ripristinarlo.
Dunque le cose stavano così: perfino Etlae mi si era rivoltata contro.
Mentre mi staccavo dalla tunica il distintivo della mia carica, posandolo sul tavolo, mi stupii io
stesso di quanto fossi calmo.
CAPITOLO VENTINOVESIMO
Un paio di minuti più tardi, Palatine entrò di corsa nell'ufficio, ma si arrestò di colpo quando mi
vide fermo accanto alla scrivania.
«Si tratta di un attacco, vero? Sono qui» disse.
«Etlae e i suoi sottoposti. Ho chiamato il capitano della guardia, che manderà i suoi uomini al
porto per cercare di trattenerli per un po', quanto basta perché lui ti trovi un nascondiglio.»
«Soltanto per me?» domandò Palatine, socchiudendo gli occhi.
«Soltanto per te. Io non desidero andare avanti con tutto questo.»
«Con che cosa? Con la vita?» incalzò lei.
«Sono stato dichiarato eretico da un Primate. Certo, posso fuggire da qui, ma per andare dove?
È inutile scappare, quando non si ha dove andare.»
«L'Arcipelago ti aiuterà.»
«Ne sono certo, almeno fino a quando non verrà investito da una Crociata» ribattei,
cominciando a stancarmi delle sue argomentazioni. «Io darei soltanto al Dominio la scusa che sta
cercando. No, nascondersi è inutile.»
«Quindi intendi abbandonare il tuo clan al Dominio?»
«Cosa posso fare, Palatine?» domandai, mentre una parte della mia mente registrava un rumore
di passi, nel corridoio. «Anche la mia gente mi sta abbandonando, e senza dubbio la nave di Etlae
brulica di Sacri. Cosa possiamo fare noi due soli, contro di loro?»
«Contribuire a salvare l'Arcipelago, magari?» replicò lei. «Sagantha non riuscirà in nessun
modo a partire in tempo, e anche se lui non corre rischi, Etlae arresterà gli altri e i membri
dell'equipaggio. Se non altro, vieni con me nel loro interesse.»
Qualcuno bussò alla porta.
«Aspettate un momento» dissi ad alta voce, poi tornai a rivolgermi a Palatine, aggiungendo: «Se
mi nascondessi, perderei tutto il loro rispetto.»
«Invece daresti loro una speranza» ribatté lei. «Avanti!»
«Mi è stato detto di scortarvi in un posto sicuro» affermò un marine, entrando con esitazione
nella stanza.
Palatine mi scoccò un'occhiata, mentre sul volto le affiorava un asciutto sorriso: a quanto
pareva, c'era almeno un'altra persona che condivideva il suo modo di vedere le cose. Per un momento,
lasciai vagare lo sguardo per l'ufficio di mio padre, convinto di vederlo per l'ultima volta; la mia
attenzione si posò infine sul distintivo abbandonato sulla scrivania, e all'ultimo momento lo raccolsi,
appuntandomelo sul petto.
«Facci strada» dissi al marine. «Usciamo dalla porta posteriore, in modo da dare meno
nell'occhio.»
Era ormai tarda serata, e poiché la notizia delle truppe che si stavano avvicinando non si era
ancora diffusa, lungo i corridoi non incontrammo nessuno, almeno fino a quando raggiungemmo il
primo piano. Poco prima di arrivare alla porta esterna, mio cugino Messalus, di un paio di anni più
giovane di me, uscì dalla sua stanza proprio mentre noi vi passavamo davanti.
«Cosa sta succedendo?» domandò.
«Il Dominio sta assumendo il controllo della città» risposi. «Sono troppi perché noi si possa
resistere, e mi hanno dichiarato eretico.»
«Lo sei?» chiese Messalus.
«Tu cosa ne pensi?» ribattei.
«No, non credo che tu lo sia» replicò lui, lentamente.
«Allora trasmetti in tutto il Casato il messaggio che io sono ancora qui, e che anche se sta
acquisendo il controllo, il Dominio non l'avrà vinta. Non riferire a nessuno chi hai visto con me, o dove
stessi andando.»
«Non lo farò, te lo prometto» rispose mio cugino, poi rientrò nella sua camera e noi uscimmo di
soppiatto attraverso la porta del giardino, sbucando sulla strada.
«Dove ci stai portando?» chiesi al marine.
«A casa di Mezentus.»
«Sei impazzito? Mi dispiace infangare la sua memoria, ma non posso ignorare che Mezentus
era pagato da Foryth.»
«Infatti, mio signore, ma sua figlia non è mai stata d'accordo con lui. Nella sua casa c'è una
stanza nascosta, da cui è facile entrare e uscire, e poi il Dominio non penserà mai a cercarti là.»
«Ha senso» annuì Palatine.
Io pensai che il capitano della guardia era stato davvero efficiente... ma subito dopo fui assalito
da un dubbio angoscioso, che mi terrorizzò: come facevo a sapere che mi era fedele, e che non mi
avrebbe venduto anche lui? Certo, era stato un devoto servitore di mio padre per vent'anni, ma lo stesso
si poteva dire del cameriere avvelenatore e del mastro portuale che poco prima aveva lasciato attraccare
Etlae.
D'altro canto, che alternative mi rimanevano?
Di corsa, proseguimmo lungo la strada fino a raggiungere la porta posteriore del Casato
Kuzawa, che era aperta, e non appena io e Palatine fummo entrati, il marine si affrettò a tornare agli
alloggiamenti per attendere ulteriori ordini. Una volta all'interno, notai che anche in quell'edificio non
c'era in giro nessuno, tranne la figlia di Mezentus, Ilda, che chiuse la porta alle nostre spalle e, con mio
estremo imbarazzo, mi si inginocchiò davanti.
«Mio signore, spero che il mio Casato riuscirà a proteggerti, e giuro su Ranthas che io ti resterò
fedele» disse.
Non sapendo cosa dire, mi limitai a prenderle la mano e ad aiutarla con gentilezza a rialzarsi.
«Ti ringrazio, Ilda» risposi soltanto, fissando quel volto vivace e intelligente, circondato da
ricciuti capelli castani.
«Vi mostrerò la vostra stanza.»
Ilda ci condusse su per tre rampe di strette scale dalle pareti rivestite di pannelli di legno, e a
metà della quarta rampa si arrestò, premendo uno dei pannelli di cedro che ricoprivano i muri del
pianerottolo. Esso scivolò di lato, rivelando una stanzetta, arredata in modo semplice con un paio di
stretti giacigli, un lavabo e una sedia; alle pareti erano fissate luci aetheriche e su un lato c'era una
piccola finestra.
«Come mai avete una stanza del genere?» domandai, incuriosito da quale potesse essere stato lo
scopo originale di quel nascondiglio.
«Quando ha costruito la casa, mio nonno l'ha creata per riporvi il suo denaro. Mio zio l'ha
utilizzata per intrattenere le sue amanti, e in seguito mio padre vi ha posto questi letti, nell'eventualità
di dover ricevere visitatori che non voleva fossero visti da altri. A parte me, nel mio Casato non c'è più
nessuno che ne conosca l'esistenza. Sul retro, c'è una scala posteriore, poco utilizzata, quindi potete
uscire senza essere notati, e comunque farò in modo che la mia gente si tenga lontana da quest'area
della casa. Mi dispiace che dobbiate dividere la stessa stanza, ma questo è tutto quello che posso fare.»
Ilda ci spiegò quindi dove trovare tutto quello che poteva servirci, poi ci lasciò per andare a fare
rapporto al nuovo capo del suo Casato, che senza dubbio era ancora sveglio e voleva sapere cosa stesse
succedendo.
Quando mi affacciai alla finestrella, scoprii che essa dava sulla strada principale, per cui
avremmo avuto una visuale perfetta delle truppe del Dominio, quando fossero venute a prendere il
controllo della città.
Arrivarono circa venti minuti più tardi, due plotoni di guerrieri in armatura, completi di elmetto.
Un gruppo indossava la divisa carminia e bianca propria dei Sacri, mentre l'altro sfoggiava i colori
verde e nero di Khalaman... gli uomini di Lexan; a parte quelli, dovevano senza dubbio esserci altri
guerrieri sparsi per la città, perché era possibile caricare più di due plotoni su una manta per un breve
viaggio, e comunque due plotoni erano un contingente troppo esiguo perché il Dominio potesse far
affidamento su di esso, nel caso avesse incontrato resistenza.
Le luci aetheriche delle strade proiettavano soltanto un chiarore debole e freddo, quindi non
riuscii a scorgere il volto di nessuno dei membri del gruppo che seguiva i guerrieri, munito di torce;
esso era composto da una dozzina di Sacri a piedi, che circondavano alcuni preti del Dominio vestiti in
bianco e nero, con il volto nascosto da un cappuccio. Nel vederli passare, sentii la pelle che mi si
accapponava, e fui d'un tratto lieto di non essere rimasto a Palazzo, perché quelli erano Inquisitori.
Dopo gli Inquisitori, alcuni momenti più tardi, vidi passare le truppe di Lepidor, disarmate e
scortate verso gli alloggiamenti dai giubilanti uomini di Lexan. I nostri uomini apparivano avviliti e
abbattuti, ma nessuno di essi sembrava ferito; il potere del Dominio, infatti, era tale da poter
costringere centinaia di persone a infrangere il giuramento prestato al proprio clan senza neppure
cercare di opporre resistenza.
L'ultimo a passare fu un altro piccolo gruppo di Sacri, che scortava quattro preti. Uno di essi
indossava le vesti di un ordine monastico, che però non seppi individuare; un altro era un mago del
Fuoco e la terza era una figura incappucciata e avvolta in una veste rossa, di cui non riuscii a scorgere il
volto... anche se in essa mi parve esserci qualcosa di vagamente familiare, che però non riuscii a
definire.
La quarta figura era quella di Etlae, e mentre passava sotto di noi sentii Palatine trattenere il
respiro con un sussulto.
«Traditrice!» ringhiò. «Altro che essere dalla nostra parte!»
Io non dissi nulla, mi limitai a guardar passare Etlae, oppresso da un senso di silenziosa
angoscia per quell'ennesimo tradimento. Tanais aveva avuto ragione: nessuno era ciò che sembrava
essere. Ripensando alle sue parole, mi chiesi da che parte stesse quel gigantesco guerriero, quale fosse
la fazione effettiva di ognuno, schiacciato dall'impressione che nessuno fosse dalla mia parte.
«Esiste qualcuno di cui possiamo fidarci?» domandai a Palatine. Se non altro, lei era del mio
stesso sangue, e la notte dell'incendio le avevo salvato la vita.
«Non ci possiamo fidare in modo assoluto di nessuno. Hamilcar è degno di fiducia, perché qui
sono in gioco i suoi profitti, e credo che anche Elassel sia affidabile, considerato che l'hai conosciuta a
Pharassa, prima che cominciasse tutto questo... senza contare che è molto brava ad aprire porte e
serrature, per cui può tornarci utile. Quanto a Sagantha... ecco, non saprei valutare la sua posizione,
anche se non credo che ci tradirà, finché la Pharaoh è in pericolo. Cosa mi dici di Tetricus?»
«Penso che possiamo fidarci di lui» dissi. Dopo tutto, Tetricus era stato mio amico per anni e
non mi aveva mai lasciato nei guai, ma a questo punto cominciavo a dubitare perfino della sua fedeltà.
«È probabile che gli oceanografi siano disposti a fare qualcosa per aiutarmi, perché il loro stesso
mestiere li rende in certa misura eretici.»
«Dobbiamo riunire tutte queste persone in un solo posto, e decidere cosa fare» suggerì Palatine.
«Non sarà una cosa facile» obiettai. «Non possiamo radunarci qui, e non c'è nessun altro posto,
in città, dove noi possiamo andare.»
«Quando Ilda tornerà, le chiederemo cosa sia successo e chi sia stato arrestato. Dubito che
Sagantha sia fra i fermati, a meno che questo complotto abbia radici più profonde del previsto.»
«All'inizio di tutto questo, Etlae ha avvelenato l'Esarca cambressiano» le confidai, ricordando
d'un tratto la conversazione avuta con Sarhaddon nel parco di Pharassa. «Penso che possa riuscire
anche ad arrestare Sagantha.»
«Io non lo ritengo possibile. Avvelenare un Esarca è una cosa, ma arrestare apertamente un
ammiraglio è una faccenda del tutto diversa, e non credo che possa farlo, almeno per ora. Penso che
Sagantha sarà libero di muoversi, ma senza dubbio lo sorveglieranno. Quanto ad Hamilcar... non
possiamo sapere se sarà o meno sotto sorveglianza.»
Ilda tornò una mezz'ora più tardi, aprendo all'improvviso il pannello nella parete e strappando
un sussulto a entrambi.
«Scusatemi se vi ho spaventati» disse, posando su uno dei letti un cesto che aveva in mano. «Vi
ho portato da mangiare, nel caso aveste fame.»
«Cosa è successo?» domandò Palatine.
«Quella strega di Etlae e i suoi seguaci hanno occupato il Palazzo, gli alloggiamenti delle truppe
e il porto. Non hanno appostato uomini sulle mura e non sembrano temere attacchi da parte dei nativi,
ma hanno arrestato Atek, tutti gli Arcipelaghiani tranne Sagantha, il comandante della guardia e i
membri del Consiglio.»
«Non Hamilcar?»
«Hamilcar? Ah, sì, Lord Barca. No, lui è libero di andare dove vuole. Ho sentito Etlae rivolgersi
a lui in modo molto cortese.»
Mentre Ilda ci riferiva tutto quello che era riuscita ad apprendere... che non era molto, dato che
Etlae aveva imposto il coprifuoco... io mi chiesi il perché di quel trattamento di favore per Hamilcar.
Certo, lui era un Lord Mercante, ma uno di rango molto basso, che probabilmente sarebbe uscito
rovinato da quella storia, quindi perché Etlae lo aveva lasciato andare, ed era stata tanto cortese? Poi,
d'un tratto, ricordai che Hamilcar aveva accennato al fatto che il suo tutore occupava un posto di rango
molto elevato all'interno del Dominio. Considerato che la stessa Etlae rivestiva una carica elevata e
dotata di immenso potere, potevamo davvero fidarci del mercante?
«Oh, ancora una cosa, prima che me ne dimentichi» concluse Ilda, voltandosi per andarsene.
«Quel verme di Lexan è con loro.»
Dunque Lexan era venuto di persona ad assistere al suo trionfo? Tranne Lord Foryth, pareva
che tutti gli artefici del complotto fossero ora radunati a Lepidor.
«Hai ragione» annuì Palatine, quando le esposi quella mia riflessione.
«Sono tutti in un posto solo, il che significa che abbiamo ancora una possibilità.»
«Una possibilità di fare cosa?»
«Di rivoltare le carte in tavola, di sconfiggerli al loro stesso gioco. Dunque, dove possiamo
tenere un consiglio di guerra?»
«Innanzitutto, dobbiamo riuscire a contattarli tutti, prima ancora di radunarli da qualche parte, e
non possiamo mandare Ilda a cercarli perché è troppo pericoloso, soprattutto se si tratta di contattare
persone come Elassel.»
«Sei troppo pessimista» ribatté Palatine, alzandosi dal letto su cui si era seduta per andare a
guardare fuori della finestra. «Il Dominio controlla il Palazzo, gli alloggiamenti e il porto, e non credo
che, al di fuori di qui, ci sia per noi un altro posto sicuro. Inoltre sono certa che Hamilcar è pedinato,
anche se Etlae e la sua gente sono stati tanto cortesi con lui.»
«Esiste un posto dove chi lo tiene d'occhio non può andare?» domandai.
«E dove possiamo presumere di riuscire a contattarlo?»
Per un momento, Palatine rifletté in silenzio, poi si girò verso di me, e sorrise.
«Cathan, che ne diresti di nuotare ancora un po'?» domandò. La mia sola risposta fu un gemito.
La sera successiva, il cadere dell'oscurità mi trovò accoccolato al riparo di un piccolo
magazzino, in attesa che una pattuglia di Sacri passasse oltre; anche se la maggior parte di essi era
incaricata di sorvegliare le tre aree di cruciale importanza costituite dal Palazzo, dal porto e dagli
alloggiamenti, insieme al luogo in cui erano imprigionati i marinai e le guardie arcipelaghiani, in giro
ce n'erano comunque abbastanza da rendermi la vita difficile, considerato che mi ci erano voluti dieci
minuti soltanto per oltrepassare la porta che dava dal quartiere del Palazzo a quello del porto, a causa di
due marine di Lexan che controllavano tutti i passanti per verificare se corrispondevano a una mia
descrizione, affissa su tutti i muri, così come in tutta la città erano sparsi avvisi che promettevano una
ricompensa principesca a chiunque avesse consegnato "l'eretico e operatore di magia malvagia,
precedentemente noto come Cathan, Conte di Lepidor, e ora dichiarato fuorilegge da Sua Maestà il Re,
nel nome dell'Impero". L'avviso precisava anche che chiunque fosse stato sorpreso a ospitare me, o la
mia malvagia complice, "Palatine di Silvernia", sarebbe stato trattato a sua volta da eretico. Nel leggere
l'avviso, io mi ero chiesto da chi fossero state ottenute quelle informazioni, riflettendo che almeno
alcuni di quei traditori erano senza dubbio degli incompetenti.
Avevo trascorso la giornata immerso nella più nera depressione e rinchiuso nella nostra
stanzetta, mentre Palatine, che non era conosciuta quanto me, era uscita per contattare le poche persone
che, come Ilda aveva scoperto, erano ancora dalla nostra parte. Con un po' di fortuna, Tetricus, Elassel
e Hamilcar sarebbero riusciti ad arrivare al luogo dell'appuntamento; quanto a Sagantha, non avevamo
potuto avvisarlo, perché era sotto sorveglianza troppo stretta.
All'avvicinarsi dei tre Sacri, mi ritrassi maggiormente nell'ombra dell'edificio aspettando che
essi passassero oltre, muovendosi con la grazia fluida degli assassini addestrati e girando di qua e di là
le teste mascherate. Per quanto addestrati e sul chi vive, i tre però non mi videro, e io diedi loro il
tempo di arrivare alla strada successiva, prima di attraversare di corsa lo spazio che mi separava dalla
baracca della polla d'immersione, addossata alle mura sul lato opposto della strada. Naturalmente, la
porta era chiusa a chiave, ma avevo sempre con me la chiave per accedere alle polle d'immersione,
insieme a quelle del Palazzo e, in assenza di mio padre, a quelle degli altri edifici principali. Senza
essere visto da nessuno, scivolai all'interno e mi chiusi la porta alle spalle, venendomi a trovare in un
locale simile a quello in cui ero sbucato nel corso della mia precedente avventura.
Dopo essermi munito di una sacca impermeabile, di una tuta da immersione e di due pezzi di
equipaggiamento, prelevando il tutto dal magazzino, scesi la scaletta che portava alla camera
sottostante, dove indossai la tuta da immersione nera, che da un lato mi avrebbe reso meno visibile e
dall'altro mi avrebbe fatto conservare un po' di calore. Riposti gli abiti nella sacca e affibbiate le
apparecchiature alla cintura da immersione, scesi la seconda scaletta, scivolando nella polla.
L'acqua risultò molto meno fredda di quanto lo fosse stata quella del torrente in piena, ma
sapevo che la sua temperatura si sarebbe abbassata quando fossi sceso più in profondità per
raggiungere la manta di Hamilcar, alla terza torre di servizio; quando poi emersi da sotto la sporgenza
di roccia, la luce diminuì di colpo e dovetti aspettare un momento perché i miei occhi si abituassero alla
penombra. Alla mia sinistra, incombeva la vasta forma del mozzo, che, con le sue finestre illuminate,
rischiarava il tratto d'acqua circostante, assolutamente immoto e assai diverso dal ribollente maelstrom
che avevo dovuto affrontare nel corso della mia ultima nuotata notturna.
Mentre oltrepassavo l'enorme sagoma scura dell'Esmeralda, buia e con tutte le cabine vuote, mi
trovai a ripensare a Ravenna, anche se mi ero imposto di dimenticarla per non deprimermi ancora più di
quanto già non fossi. Non avevo modo di sapere se lei fosse caduta nelle mani di Etlae o se fosse
ancora libera, ma speravo che non l'avessero presa, perché non auguravo a nessun mago di venirsi a
trovare nelle grinfie dell'Inquisizione, neppure a una persona che mi aveva ferito come aveva fatto lei.
Sulla scia di quei pensieri, non potei fare a meno di chiedermi, per l'ennesima volta, cosa l'avesse spinta
ad agire in quel modo.
Qualcosa che mi si mosse accanto mi costrinse a tornare a concentrarmi su quello che stavo
facendo, ma nel guardarmi intorno constatai che si trattava soltanto di un paio di pesci, che già si
stavano allontanando. Adesso ero molto al di sotto del primo livello, e mi stavo progressivamente
spostando il più possibile dalle vicinanze del mozzo, per evitare di essere scoperto se qualcuno avesse
guardato fuori da una finestra mentre passavo sotto il raggio di una delle luci.
Ben presto oltrepassai la seconda torre di servizio; più avanti e più in basso rispetto a me,
potevo ora vedere la nave di Hamilcar, l'Eryx, ancorata alla terza torre, con la luce che fiottava dalle
finestre di diverse cabine. Nel puntare verso di essa, mi resi conto di essere andato leggermente alla
deriva e corressi la mia traiettoria verso destra, in modo da accostarmi tenendomi davanti all'ala di
babordo, un'area dove non c'erano finestre illuminate.
Quando fui abbastanza vicino allo scafo della manta da poterlo toccare, deviai verso il basso e
lateralmente, nuotando sotto la curva dello scafo e passando sotto il ventre della manta. Mi parve che
mi ci volesse un'eternità per arrivare a poppa, ma finalmente mi trovai a nuotare da fermo davanti alle
porte esterne dell'uscita sottomarina di emergenza di babordo; mi bastò poi spostarmi di qualche decina
di centimetri per trovare il lato che si apriva e la freccia che indicava la maniglia: sganciato lo
sbloccatore a pressione dalla cintura, lo fissai sulla fessura del portello, facendo molta attenzione a non
lasciarlo cadere.
Un momento più tardi si sentì un crepitio, seguito da un suono sordo che accompagnò il
movimento laterale del portello quando esso si aprì, rivelando il compartimento fiocamente illuminato
dell'uscita d'emergenza sottomarina. Un colpo deciso con i piedi fu sufficiente a portarmi all'interno e a
permettermi di raggiungere la superficie della polla interna del compartimento, poi mi trovai a respirare
di nuovo aria all'interno dell'Eryx. Issatomi all'asciutto, mi tolsi la tuta, mi asciugai con un panno preso
a prestito da Ilda e indossai di nuovo i miei abiti.
Fino a quel momento, tutto era andato per il meglio, e ormai anche gli altri tre dovevano essere
prossimi ad arrivare, sempre che il nostro messaggio fosse pervenuto ad Hamilcar e che lui lo avesse
compreso.
Riposta la sacca impermeabile e la tuta bagnata in un angolo del compartimento, aprii la porta
interna e mi avviai lungo un corridoio con passo tranquillo. Quello su cui mi trovavo era il ponte della
stiva, sottostante la Sezione Ingegneria, quindi in giro non c'era nessuno; anche se l'intero equipaggio
era a bordo, infatti, a quell'ora i marinai dovevano essere raccolti quasi tutti nella mensa, ed era
improbabile che incontrassi qualcuno.
Se l'Eryx aveva la stessa struttura interna della Fenicia e di ogni altra manta su cui avevo
viaggiato, la cabina di Hamilcar doveva trovarsi sul ponte superiore, seconda porta sul lato di babordo,
il che significava che dovevo salire di due ponti rispetto a quello su cui ero, cosa tutt'altro che difficile.
Arrivato in fondo al corridoio, trovai la rientranza in cui era annidata la scala che portava verso l'alto e
cominciai a salire, oltrepassando la Sezione Ingegneria senza vedere nessuno.
Gli uomini dell'equipaggio dovevano essere tutti altrove, dato che non incontrai nessuno mentre
mi dirigevo verso la cabina di Hamilcar e bussavo alla porta; del resto, se pure mi avessero visto, non
mi avrebbero denunciato, perché erano fedeli ad Hamilcar e non a Etlae... o almeno così speravo.
«Chi è?» chiese una voce familiare, dall'interno della cabina.
«La persona che ti ha mandato quel messaggio» risposi, esalando un sospiro di sollievo.
Dentro, sentii una sedia che veniva spinta all'indietro, seguita da un rumore di passi, poi la porta
venne spalancata.
«Cathan!» esclamò Hamilcar. «Come sei arrivato qui? Avanti, entra.»
«Ho aperto il portello dell'uscita sottomarina d'emergenza di babordo e sono entrato da lì»
risposi. «Entro qualche minuto, anche gli altri arriveranno per la stessa via.»
«Infatti il tuo messaggio mi diceva di farmi trovare a bordo della mia nave. Ho supposto che
voleste alludere a qualcosa del genere.»
«Ricordati del Capo. Avevo paura che quella frase fosse troppo oscura, ma è chiaro che non lo
era.»
«Dal momento che non poteva avvertirmi di guardarmi dai pirati o che sarei stato aiutato da un
incrociatore da battaglia nero, ho supposto che intendessi dire che saresti venuto a bordo. Ora credo che
faremo meglio a scendere nel compartimento d'emergenza per andare incontro agli altri.»
Un quarto d'ora più tardi, tutti e cinque eravamo seduti nella cabina di Hamilcar. Palatine non
sembrava particolarmente stanca, dopo aver trascorso la giornata aggirandosi di soppiatto per le strade,
Tetricus aveva il consueto aspetto lugubre, Hamilcar appariva preoccupato come al solito, ed Elassel si
stava massaggiando i polsi con un panno umido.
«Prima di cominciare» disse, «lasciate che metta bene in chiaro una cosa: se dovessimo vincere,
dopo otterrò di occuparmi io di Midian.»
«D'accordo» risposi, anche se con ogni probabilità si trattava di un punto meramente
accademico, perché Elassel si meritava quella concessione.
Nel momento stesso in cui i Sacri erano sbarcati, Midian l'aveva fatta arrestare, l'aveva
incatenata e rinchiusa in una delle celle sottostanti il Tempio, con l'accusa di avermi aiutato. Per
liberarsi le ci erano volute alcune ore, perché al momento dell'arresto aveva avuto indosso soltanto la
camicia da notte, mentre la maggior parte dei suoi attrezzi da scasso era nascosto negli abiti che portava
di giorno; gli indumenti che aveva indosso adesso le erano stati prestati da una cugina di Ilda, e le erano
leggermente grandi.
«Sono molto impressionato dal modo in cui siete riusciti ad arrivare tutti qui» affermò
Hamilcar, «ma ora posso sapere se avete dei piani, o se state semplicemente scappando?»
«Scappare?» esclamò Palatine, con aria indignata e quasi furente. «È ovvio che non stiamo
fuggendo» dichiarò, e procedette a esporre al mercante l'idea che avevamo elaborato in precedenza.
«Siamo soltanto in cinque, contro più di cento Sacri e marine nemici» osservò subito Teticus.
«Dovremo preoccuparci soltanto del palazzo, perché è là che si trovano Etlae e Lexan» ribatté
Palatine.
«Ci sono all'incirca quaranta Sacri a guardia del Palazzo. Non darei le nostre probabilità di
riuscita a più di otto a uno.»
«Oggi sei veramente l'incarnazione dell'ottimismo, vero?» interloquì Elassel, rivolta a Tetricus,
in tono aggressivo, e io notai come lo sguardo di Hamilcar continuasse a spostarsi su di lei.
«È meglio essere realistici.»
«Ricordate inoltre che possono chiamare rinforzi da altre parti, per esempio dal porto, se
dovessero essere seriamente minacciati» aggiunse Hamilcar.
Dentro di me, io non mi facevo illusioni sul perché ci stesse aiutando: nel momento in cui si
fosse sentita sicura del fatto suo, Etlae avrebbe annullato il suo contratto con Lepidor e assegnato a un
uomo di un altro Casato il titolo di conte. E il nuovo conte avrebbe stipulato un contratto con Foryth,
cosa che probabilmente avrebbe segnato la rovina del Casato Barca, anche se adesso era prossimo a
riprendersi, con altri clienti che cominciavano a farsi avanti, perché un Grande Casato che figurasse sul
libro nero del Dominio non sarebbe sopravvissuto a lungo. D'altro canto, in quella situazione c'era
qualcosa che non mi quadrava del tutto.
«Hamilcar, posso sapere con esattezza chi è il tuo tutore?» domandai.
«Pare che Etlae sia stata molto cortese con te.»
Invece di rispondere, il Tanethano abbassò lo sguardo, e rimase a fissare il pavimento per un
lungo minuto.
«Non voglio che nessuno di voi interpreti quanto sto per dire nel modo sbagliato, pensando che
io stia dall'altra parte della barricata» affermò infine. «Vi ho già detto in precedenza che, per quanto
concerne il mio tutore, io sono un bravo figlio del Dominio, che non si è mai avvicinato a un testo
eretico, ma che in effetti non sono d'accordo con il suo operato. Il mio tutore è Lachazzar.»
«Il Primate? Il Vecchio Tizzone Infernale in persona?» esclamò con violenza Tetricus. Prima di
allora, non avevo mai sentito quell'epiteto, ma mi pareva perfettamente adeguato a un uomo che amava
mandare la gente sul rogo.
«Sì. Mio padre gli ha salvato la vita, una volta, quindi lui si sente obbligato nei confronti della
mia famiglia, ma questo è tutto.»
«Io ti credo» affermò Palatine, poi si girò verso il resto di noi, e aggiunse: «Ho vissuto nella sua
casa per tre mesi, e vi giuro che sta dicendo la verità.»
«Per me va bene» annuì Tetricus, che sembrava essere caduto vittima dell'incantesimo di
Palatine, come era successo a tutti coloro che si trovavano alla Cittadella.
«Per tornare al problema che abbiamo di fronte» proseguì Palatine, «che ne dite di riportare un
certo equilibrio fra le forze dei due fronti?»
«Come?»
«Gli alloggiamenti dei marine sono troppo vicini al Palazzo e troppo sorvegliati, ma i marine e i
marinai arcipelaghiani sono rinchiusi in un magazzino, e di guardia ci sono soltanto un paio degli
uomini di Lexan. Dal momento che non hanno dove andare, se pure dovessero fuggire, si sta facendo
affidamento soltanto su pareti robuste e serrature solide per tenerli rinchiusi.»
«Però sono soltanto una trentina» le ricordò Tetricus. «Sarebbero inferiori di numero, e poi non
sono guerrieri abili quanto i Sacri che difenderanno il Palazzo.»
«Dobbiamo bilanciare un poco la situazione, senza contare che il piano non funzionerà, se loro
potranno ottenere rinforzi.»
Seguì una pausa di silenzio, nel corso della quale vidi gli altri riflettere intensamente. Cosa
avrebbe potuto darci una possibilità in più? Non potevamo certo permetterci un attacco diversivo, e
quei Sacri erano guerrieri davvero notevoli, al punto che, a quanto si diceva, i soli soldati al mondo che
potessero tenere loro testa erano quelli della Nona Legione Thetiana, la Guardia Imperiale, dei tempi
antichi. Probabilmente inoltre, i Sacri credevano nella loro causa più di quanto avessero fatto gli
uomini della Nona Legione. Come avremmo mai potuto avere qualche probabilità di successo, contro
una banda di fanatici rabbiosi che combattevano come demoni, e che avevano dalla loro la magia del
fuoco? I Sacri erano quasi una forza della natura.
Una forza della natura? Non si possono fermare le tempeste più di quanto si possano arrestare
le correnti dell'oceano... sarebbe necessario utilizzare insieme tutti e tre gli Elementi, Acqua, Vento e
Ombra, mi ripeté nella mente la voce di Ravenna. Forse era vero che ci volevano tutti e tre gli
Elementi, ma cosa potevo fare io, con due? I Sacri odiavano l'acqua. Cosa sarebbe successo se io avessi
intensificato il potere di una tempesta con la mia magia, in modo da renderla troppo violenta per le
difese contro le tempeste di cui disponeva il Dominio, e da inondare la città?
«Forse ho un'idea» dissi, poi procedetti a esporre con esitazione il frutto delle mie riflessioni.
«Io non so nulla di magia» affermò Palatine, «ma non credo che ci sia nessuno che possa
controllare le tempeste.»
«Non intendo controllarle, ma soltanto imbrigliare parte del loro potere. Io sono un mago
dell'Acqua, posso intensificare la violenza della tempesta attingendo maggiori quantità di acqua dal
cielo. Senza dubbio, i Sacri si terranno al coperto, e in condizioni così spaventose non saranno più in
grado di orientarsi, al contrario degli Arcipelaghiani, che sono rimasti in città per un mese e sapranno
almeno da che parte andare.»
«Ammettiamo pure che arrivino a Palazzo. Che accadrà allora? I Sacri all'interno saranno
riposati e asciutti, e potranno usare come ostaggi le persone che hanno prese prigioniere.»
«Dovrei riuscire a dirigere la tempesta contro il Palazzo, inondandone una parte» replicai.
Stavo parlando di inondare la mia stessa casa solo per acquisire una certa misura di vantaggio,
ma d'altro canto non c'erano soluzioni alternative.
«Attualmente, il cielo è limpido» mi fece notare Elassel, «e non credo che possiamo aspettare
molto ad agire.»
«Probabilmente, potremo adattare alcuni degli strumenti oceanografici per individuare
l'avvicinarsi di un'altra tempesta» suggerì Tetricus.
«Dovrebbe essercene una entro le prossime ore.»
«Come fai a esserne sicuro?» ribatté Elassel.
«Fuori c'è molta umidità, più di quanta ce ne fosse questa mattina, e questo è il segno certo
dell'arrivo di una tempesta» spiegò Tetricus.
«In tal caso, Cathan e Tetricus si recheranno presso la corporazione degli oceanografi per
intercettare la prossima tempesta» decise Palatine, «poi torneranno al nascondiglio. Nel frattempo,
Elassel e io organizzeremo ogni cosa per l'evasione degli Arcipelaghiani. Quanto ad Hamilcar... lui
andrà a Palazzo, cenerà con Etlae e farà di tutto per irritarla, badando al tempo stesso a che alcune porte
rimangano aperte. Se questa sera non ci sarà nessuna tempesta» concluse, grave in volto, «torneremo
tutti ai nostri nascondigli e aspetteremo che ne scoppi una.» «Non ci sarà bisogno di aspettare» garantì
Tetricus.
Quando finalmente raggiungemmo l'edificio della Corporazione Oceanografica, dopo una lunga
nuotata e un'altrettanto lunga camminata attraverso la città, lo trovammo deserto. Dal momento che
entrambi avevamo la chiave, tuttavia, non ci furono problemi a entrare; la vera difficoltà era quella che
ancora dovevamo affrontare, e cioè cercare di prevedere lo scoppio di una tempesta utilizzando
strumenti creati per studiare l'oceano.
Senza accendere la luce, attraversammo l'atrio buio e salimmo le scale, oltrepassando armadietti
e mucchi di attrezzature; non essendo più stato lì da parecchi giorni, io non sapevo dove erano sparse le
cose, e in un paio di occasioni andai a sbattere contro qualche oggetto con un clangore che senza
dubbio dovette echeggiare in tutto il vicinato, senza però che dall'esterno si udissero grida di allarme o
che una pattuglia di Sacri sopraggiungesse di corsa.
«Dovresti badare a dove metti i piedi» mi rimproverò Tetricus.
«E voi non dovreste lasciare tante apparecchiature sparse in giro. Dov'è finito il Maestro della
Corporazione?»
«È a letto con una caviglia slogata.»
«Non mi meraviglia che qui ci sia il caos.»
La sala dei sensori era al secondo piano dell'edificio, quasi al centro dello stabile, ed era dotata
soltanto di due piccole finestre, che bloccammo come meglio potevamo prima di accendere la luce e
attivare le console, che erano disposte in un cerchio rivolto verso l'esterno, con uno schermo aetherico
nel centro. Non appena ci fummo seduti, Tetricus richiamò sullo schermo un'immagine di Lepidor e
delle aree immediatamente circostanti, usando il massimo ingrandimento possibile. Sui picchi delle
montagne che contornavano la città erano disposte stazioni di osservazione e di trasmissione di
immagini aetheriche; a esse se ne aggiungeva una rivolta verso il continente, appollaiata sulla vetta
della montagna più alta, al riparo di un muro di roccia, ed era questa la stazione che avvertiva in
anticipo dell'approssimarsi delle tempeste.
Gradualmente, allontanai l'immagine fino a includere le formazioni nuvolose visibili... alte nubi
lanuginose che si muovevano nella fascia superiore dell'atmosfera, tinte di un azzurro chiaro sullo
sfondo del cielo che si andava incupendo... senza però che si scorgessero tracce di formazioni
temporalesche, almeno verso est.
«Allora non è poi così vicina» fu il solo commento di Tetricus.
«Diamo un'occhiata ai valori dell'umidità e della pressione forniti dalle stazioni» suggerii,
richiamando quei dati sul grafico e ingrandendo l'immagine.
Le console oceanografiche operavano come le normali console aetheriche, sotto il controllo
della mente di chi le utilizzava, ma alcuni dati venivano memorizzati in esse per comodità, e si
richiamavano mediante pulsanti diversi, posti lungo i lati. Tetricus premette uno di essi, e l'immagine
reale della città venne sostituita da un'altra in colori alterati, in modo da raffigurare graficamente i dati
che ci interessavano.
«Eccola lì!» esclamò Tetricus, in tono di trionfo. «Te lo avevo detto.»
Il livello della pressione era molto più basso del normale, mentre l'umidità risultava troppo
elevata, segni certi dell'approssimarsi di una tempesta.
«La carica?» domandai.
Ci fu una pausa, poi sullo schermo apparve un'immagine diversa, fornita da un'altra
apparecchiatura.
«Positiva, molto positiva» rispose Tetricus. «La mia valutazione... è che la tempesta arriverà fra
tre ore.»
Tre ore. Mi augurai che tutto andasse secondo i nostri piani. Fra tre ore avrei scatenato la furia
degli elementi contro la mia stessa città, per riconquistare quell'eredità che avevo perso a causa della
mia impulsività e incompetenza. Stando a quanto mi aveva detto Elassel, che aveva spiato Midian, la
nostra lettera aveva raggiunto i Canadrath, ma il nemico era venuto in qualche modo a conoscenza del
suo contenuto e aveva anticipato i tempi dell'attacco. Un'altra cosa di cui ero io il responsabile.
E adesso eravamo nelle mani della tempesta.
CAPITOLO TRENTESIMO
Disattivate le console, spegnemmo le luci e sbloccammo le finestre, prima di scendere dabbasso
di soppiatto; questa volta, non inciampai in nessuno degli oggetti sparsi in giro, e riuscimmo ad arrivare
alla porta senza provocare rumori.
«Adesso cosa devo fare?» domandò Tetricus, sbirciando fuori della finestra per controllare che
lungo la strada non arrivasse nessuno.
«Torna a casa e tieniti fuori dai guai» consigliai.
«Non ci sono altri modi in cui posso aiutarvi?» esclamò lui, mostrandosi sgomento.
«Tetricus, tu non sei un soldato, non hai addestramento» replicai, in tono gentile. «Noi ci
troveremo a combattere contro alcuni fra i soldati migliori del mondo, in posizione di svantaggio, e tu
non sopravviveresti per un solo minuto.»
«Ma non c'è niente altro che posso fare?» insistette lui.
«Ormai la parola spetta alle armi e alla magia» replicai. «Hai svolto la tua parte, e te ne sono
grato.»
«Grazie» annuì lui, con aria triste. «Tornerò a casa, ma vorrei poter fare di più. Forse è meglio
che esca dalla porta posteriore. Buona fortuna, Cathan. Che gli dèi che adori, quali che siano, ti diano il
loro aiuto.»
Poi si volse e si avviò lungo il corridoio, lasciandomi solo nell'atrio. Dopo aver atteso
abbastanza a lungo da dargli il tempo di allontanarsi,
controllai ancora che fuori non si vedesse nessuno e uscii a mia volta. Per fortuna, quella non
era una delle vie principali, bensì una strada laterale che descriveva una brusca curva appena oltre
l'edificio degli oceanografi, cosa che mi offrì la copertura necessaria per sgusciare dall'altra parte senza
essere visto, addentrandomi poi nel labirinto di vicoli alle spalle delle dimore dei Casati, diretto verso il
nostro nascondiglio, nel Quartiere del Palazzo. La mia unica speranza era che nel frattempo non
avessero aumentato le guardie che sorvegliavano le porte.
Un suono di voci, alla mia sinistra, mi indusse a infilarmi in un vicolo che correva nella
direzione opposta, verso il porto. Se le informazioni raccolte da Ilda erano esatte, quella era la zona in
cui erano tenuti prigionieri i delegati arcipelaghiani, le cui guardie si trovavano in un magazzino,
situato un centinaio di metri più avanti.
Sbucai in una strada laterale troppo dritta e scoperta per i miei gusti, la attraversai di corsa e
scivolai nell'ombra di un'arcata che collegava due parti della dimora di un Casato. In alto, l'azzurro
cupo del cielo crepuscolare cominciava a cedere il posto al nero della notte, e le luci aetheriche
fornivano un'illuminazione troppo fioca; quando finalmente capii dove mi trovavo, mi resi conto di
essere a un solo isolato dal porto, nella direzione opposta a quella desiderata, e imprecai contro il mio
senso dell'orientamento, che sembrava avermi abbandonato quando più ne avevo bisogno.
D'un tratto, sentii un rumore di piedi calzati da stivali e cercai intorno a me il nascondiglio più
vicino, scorgendo a qualche metro di distanza una cisterna di pietra sostenuta da colonne dello stesso
materiale, con un piccolo spazio sotto di essa in cui acquattarsi. Grato, per una volta, di essere così
snello e minuto, la raggiunsi di corsa e m'incastrai sotto di essa come meglio potevo; forse emergere da
quel riparo sarebbe stato poi difficile, ma almeno non sarei stato avvistato dalla pattuglia, quando mi
fosse passata accanto, perché la luce non era abbastanza intensa da rivelare la mia presenza.
Di lì a poco, vidi i piedi delle guardie oltrepassarmi... stivali neri sovrastati da calzoni carmini...
e mi resi conto che si trattava di quattro Sacri, che parevano portare al loro passaggio un senso di gelo.
Per un paio di minuti rimasi immobile, fino a quando non fui sicuro che non potessero più sentirmi, poi
mi contorsi leggermente per uscire dal mio nascondiglio, e mi sentii assalire dal panico nel constatare
che non potevo muovermi, perché avevo le gambe incastrate contro la pietra. Con pazienza, modificai
ulteriormente la mia posizione, e finalmente riuscii a fare leva quanto bastava per spingermi fuori dal
mio anfratto; una volta in piedi, nella strada, mi ripulii gli abiti e decisi che la prossima volta avrei
cercato un nascondiglio più comodo.
Nel proseguire lungo quel vicolo per poi imboccare il successivo, entrambi costeggiati da
edifici di pietra nuda, senza finestre al piano terreno, ero così nervoso che continuai a sussultare per
ogni nonnulla. D'un tratto, un gatto nero balzò giù da un cornicione per correre lungo il muro, e per
poco non l'aggredii con il coltello prima di rendermi conto del mio errore.
«Scusami, gatto» mormorai, e al tempo stesso mi chiesi se non stessi diventando pazzo, come
Orosius, considerato il modo in cui mi spaventavo per ogni nonnulla, mettendomi addirittura a parlare
con un gatto, mentre strisciavo lungo le strade, cercando di evadere le pattuglie dei Sacri. D'altro canto,
quello era stato un gatto nero, un gatto dell'Ombra, quindi lo interpretai come un buon presagio.
Stavo ancora procedendo parallelamente al porto, quando raggiunsi la strada laterale successiva,
anch'essa diritta, e feci capolino con cautela per guardare in entrambe le direzioni, solo per ritrarmi
all'istante e indietreggiare nell'ombra di qualche passo: più avanti c'era un blocco stradale improvvisato
da quattro uomini di Lexan, che sorvegliavano la strada in entrambe le direzioni. Per un attimo rimasi
del tutto immobile, in attesa di sentire il rumore di passi indicante che mi avevano visto; quando poi
non successe nulla, mi rilassai leggermente e imprecai dentro di me per il fatto che adesso avrei dovuto
cercare un altro punto dove passare.
Ripercorsi quindi la strada laterale da cui ero giunto, sempre con i nervi tesi al massimo, e
lungo il tragitto evitai un'altra pattuglia, anch'essa costituita da uomini di Lexan. Constatando che in
quella zona sembrava esserci improvvisamente una quantità incredibile di gente, mi chiesi se qualcuno
non avesse rivelato i nostri piani, e sentii lo stomaco, già contratto, che mi si irrigidiva ulteriormente
all'idea che una delle persone che avevano partecipato al nostro piccolo consiglio di guerra potesse
essere stata un traditore.
D'un tratto fui assalito da un senso di vertigine che mi costrinse ad appoggiarmi a un muro per
non cadere, frutto della tensione e del fatto che per tutto il giorno avevo mangiato ben poco; anche se
continuavo a non avere appetito, quando fossi arrivato al nostro nascondiglio avrei dovuto costringermi
a mettere qualcosa nello stomaco, altrimenti non avrei avuto le energie necessarie per evocare la
tempesta, quando fosse giunto il momento di farlo. Sulla scia di quelle riflessioni, mi resi conto che
avrei anche dovuto trovare un punto adatto da cui agire, e nel chiedermi se quell'evocazione era
qualcosa che potevo fare restando al chiuso o se avrei invece dovuto rimanere all'esterno, mi augurai
che non fosse necessario stare all'aperto, perché altrimenti mi sarei ritrovato del tutto fradicio.
Nel frattempo, ero arrivato all'intersezione di quattro vicoli secondari e stavo per sbirciare lungo
quello che dovevo attraversare, per controllare che fosse sgombro, quando un'ombra si mosse sotto un
lampione, più avanti rispetto a me, inducendomi a ritrarmi nell'ombra di un androne, lontano
dall'illuminazione della strada, prima di guardare ancora per controllare se avevo visto bene: sì, c'era
senza dubbio qualcuno, più avanti, ma chiunque fosse non era rivolto verso di me.
Intanto la figura si mosse, con un lieve frusciare d'indumenti. Da dove mi trovavo, potevo
vedere la sua ombra proiettata contro il muro e fu così che distinsi il movimento con cui essa prelevò
qualcosa dalla cintura, all'apparenza una di quelle piccole balestre doppie che venivano utilizzate
all'inizio di un combattimento per poi essere gettate da parte; sotto il mantello, si notava inoltre
qualcosa che poteva essere l'elsa di una spada.
Poi la figura si girò e io trattenni bruscamente il respiro nel constatare che si trattava di una
donna... e a Lepidor c'era soltanto una donna che sapeva usare una balestra e applicare metodi da
guerriglia. Dunque Ravenna non era stata catturata, ma cosa aveva intenzione di fare, considerato che
era rivolta verso il porto e stava caricando la balestra? Questo significava senza dubbio che aveva
intenzione di combattere, ma perché, dato che non aveva una sola possibilità di successo, contro i
Sacri? Poi lei avanzò lungo il vicolo ed estrasse la spada.
All'improvviso, sulla mia destra echeggiarono alcune grida, accompagnate dai suoni di un
combattimento in corso, e il cozzare aspro dell'acciaio contro l'acciaio echeggiò nella quiete notturna.
«Siete in arresto!» gridò qualcuno, poi ci furono altri rumori, e infine il silenzio.
Con cautela, strisciai lungo l'angolo, mi inginocchiai e mi arrischiai a guardare oltre la curva:
tre Sacri, forse gli stessi che mi avevano oltrepassato poco tempo prima... quei guerrieri sembravano
tutti uguali già di giorno, e a maggior ragione apparivano tali di notte... stavano legando due
prigionieri, mentre un altro Sacro si teneva appoggiato a un muro, con la mano stretta intorno a un
braccio.
Riconoscendo all'istante i prigionieri... Palatine ed Elassel... indietreggiai lungo il muro e mi
rialzai, chiedendomi che cosa dovevo fare. Se erano state sorprese in quel punto, era chiaro che le
ragazze stavano tornando dall'aver aperto la prigione, ma anche se avevano portato a termine il loro
compito non potevo certo abbandonarle nelle mani dei Sacri. Probabilmente, ricorrendo alla mia magia
dell'Acqua e dell'Ombra, avrei potuto mettere fuori combattimento i quattro Sacri e liberarle prima che
chiunque altro potesse intervenire.
Questo però significava lasciare che Ravenna portasse a termine il suo attacco suicida. Dopo
quello che mi aveva detto, non mi sentivo particolarmente propenso ad aiutarla, ma non potevo neppure
lasciarla andare a morire... in quel momento uno dei Sacri impartì un comando secco, e nel vedere il
gruppo che si avviava verso il porto mi resi conto di avere a disposizione solo pochi secondi per
prendere una decisione.
Pur essendo nelle mani dei Sacri, Palatine ed Elassel non erano ancora in pericolo di vita la vita,
e io non volevo avere la morte di Ravenna sulla coscienza; del resto, ero consapevole che se fosse stata
Palatine, o Elassel, a progettare un attacco suicida come quello, non mi sarei neppure soffermato a
pensare al da farsi.
Mettendo a buon frutto gli insegnamenti che mi erano stati impartiti alla Cittadella, saettai
lungo il vicolo, rapido e silenzioso, superando la dozzina di metri che mi separava da Ravenna in un
paio di secondi e raggiungendola proprio nel momento in cui lei sollevava la spada, accingendosi a
scattare in avanti. Circondandole le spalle con un braccio, le premetti l'altra mano sulla bocca e la
trascinai all'indietro in un androne con la massima rapidità possibile; una volta superato lo shock
iniziale, lei prese a dibattersi, ma riuscii a farle cadere di mano la spada e a tenerle saldamente bloccato
l'altro braccio per evitare che usasse contro di me la balestra. Ravenna continuò però a lottare
selvaggiamente, e con il trascorrere dei secondi sentii la mia presa che si andava indebolendo, perché
dal punto di vista muscolare lei era probabilmente forte quasi quanto me.
«Sono io, stupida» le sibilai all'orecchio, trascinandola il più possibile all'indietro nell'ombra
dell'androne, prima di lasciarla andare.
Girandosi di scatto, lei mi sferrò un pugno nello stomaco, e mentre io mi piegavo su me stesso
si affrettò a recuperare la balestra e a puntarmela contro, spostandosi dal lato opposto dell'androne.
«Idiota impiccione» sibilò, il volto distorto per l'ira. «L'ultima volta, credevo di essere stata
abbastanza chiara.»
«Non potevo... restare in disparte... a guardare... mentre ti suicidavi» annaspai, cercando di
riprendere fiato, grato almeno del fatto che i muscoli del mio stomaco fossero stati rigidi per la
tensione, cosa che aveva attenuato l'impatto del suo pugno.
«Stavo cercando di salvare i prigionieri, imbecille!»
«Da sola... senza aiuti? Un suicidio!»
«Se decido di suicidarmi, questa è una cosa che riguarda soltanto me» ribatté, continuando a
tenere puntata la balestra. «D'altro canto, ho sentito che anche tu ci hai provato, ore fa.»
In qualche modo, doveva aver saputo che quando Etlae e Lexan erano arrivati, io avevo avuto
stupidamente intenzione di rimanere a Palazzo e di lasciarmi catturare.
«Per favore, non mi puntare contro quell'arnese» dissi, riuscendo infine a raddrizzarmi. «Ha il
grilletto sensibile, e non vorrei morire solo perché ti è partito accidentalmente un colpo.»
Lei abbassò di scatto la balestra, senza però cessare di guardarmi con espressione irosa.
«Ho quanto te il diritto di morire in difesa del mio popolo» affermò.
Il mio popolo... quelle erano parole che suonavano strane, sulle sue labbra, più il discorso di un
politico che di una maga.
«Perché, se non serve a nulla?» ribattei, chiedendomi al tempo stesso cosa mi stesse spingendo
a una simile affermazione, considerato che meno di ventiquattro ore prima ero stato pronto a fare
esattamente lo stesso.
«Che alternative ci sono? Forse quella di aggirarmi di soppiatto per questa città dimenticata
dagli dèi, nascondendomi di qua e di là finché qualche traditore non mi consegnerà al Dominio? La
quantità di traditori presente nel tuo clan ha dell'incredibile.»
«Invece suppongo che i membri del tuo clan brillino tutti per onore e onestà» ribattei, in tono
acido. «Se le cose stanno così, come hai fatto a rimanere libera tanto a lungo?»
«I membri del Casato che mi ha ospitata, dopo che tu mi hai buttata fuori dal Palazzo, mi hanno
aiutata, anche se nessun altro lo ha fatto.»
«Ti sorprende che ti abbia buttata fuori, dopo quello che mi hai detto?»
«Si supponeva che tu fossi il mio ospite.»
«Le leggi dell'ospitalità reggono solo fino a un certo punto. In ogni caso, appare evidente che ci
sono persone ancora fedeli.»
«Non vedo a cosa questo possa servire. Ormai, abbiamo perso.»
L'uso di quel plurale, da parte sua, mi fece supporre che si considerasse tuttora legata alla nostra
fazione.
«Quelli di noi che non erano troppo impegnati a cercare di suicidarsi hanno elaborato un piano»
affermai. «Forse potresti esserci d'aiuto, se non avessi già deciso di buttare la spugna.»
«Ah, e quale sarebbe questa idea grandiosa? Un altro capolavoro di Palatine, come quella lettera
che ha scatenato tutto questo su di noi?»
«Quella è stata colpa mia, non sua.»
«Allora addossati pure la responsabilità. Vorresti però spiegarmi come pensano tre o quattro
persone di sconfiggerne più di cento?»
In quel momento, sentii il rumore dei passi di una pattuglia che stava procedendo lungo la
strada principale, e che si era fermata a interrogare qualcuno tanto folle da essere ancora in giro a
quell'ora.
«Sarò lieto di farlo, ma che ne diresti di stabilire prima una tregua e di andare via di qui? Ci
sono intorno un po' troppi Sacri per i miei gusti.»
«D'accordo» assentì lei, con il consueto tono gelido.
L'istante successivo, il cuore mi si arrestò nel vedere che la pattuglia aveva imboccato il vicolo
e stava venendo verso di noi.
Prontamente, Ravenna spinse la spada e la balestra nell'angolo più buio dell'androne e trasse
anche me verso l'area più in ombra.
«Sta al gioco, anche se la cosa non ti piace» sussurrò.
Poi mi baciò, e nel comprendere quale fosse il suo intento mi affrettai a cingerla con le braccia,
sperando che il suo stratagemma funzionasse e di non essere costretto a ricorrere alla magia.
Sentii i passi arrestarsi, poi un solo uomo si avvicinò con andatura più silenziosa, segno che
dovevano aver mandato un solo soldato a controllare il vicolo e che doveva trattarsi delle truppe di
Lexan, non dei Sacri. Rivolto com'ero verso il muro, potevo vedere soltanto il viso di Ravenna, e non
avevo quindi modo di sapere cosa stesse facendo il soldato.
«Sono soltanto un paio di piccioncini innamorati, caporale» riferì questi, poi abbassò la voce e
aggiunse, rivolto a noi: «Sarà meglio che rientrate, perché quegli automi rossi non capiscono questo
genere di cose.»
Un momento più tardi, lo sentii tornare indietro lungo il vicolo e, non appena la pattuglia si fu
allontanata, mi staccai da Ravenna, fissandola per un istante con espressione incerta.
«Ora sarà meglio andare» dissi infine.
Annuendo, lei ripose la spada nel fodero e si appese la balestra alla cintura, dopo aver inserito la
sicura.
«Dove sei nascosto?» chiese.
«Presso il Casato Kuzawa. La figlia di Mezentus non condivide le simpatie di suo padre.»
«D'accordo, scegli tu il percorso migliore. Quanto a me, ho detto a chi mi ospitava che non sarei
tornata, quindi non si aspettano di rivedermi.»
Nell'ascoltarla, mi resi conto per la prima volta che appariva depressa quanto lo ero stato io in
precedenza... cosa che mi lasciò perplesso, dato che non era la sua città quella che era stata invasa e che
era stata lei a inveire contro di me, e non viceversa.
«Niente combattimenti, a meno che non sia assolutamente necessario» avvertii.
«Va bene» assentì lei.
Augurandomi che Palatine ed Elassel stessero bene, mi avviai attraverso i vicoli in direzione
della città, scegliendo questa volta il percorso più diretto possibile per raggiungere le mura del
Quartiere di Terra, e anche se questo ci permise di evitare le strade più diritte, dove avremmo potuto
essere facilmente scoperti, arrivare alla meta sani e salvi non fu comunque facile; lungo la strada ci
imbattemmo infatti in un altro paio di pattuglie, ma in entrambe le occasioni riuscimmo a trovare in
tempo un nascondiglio.
Per quanto pericolosa, quella era comunque la parte più facile, come constatai quando
giungemmo in fondo all'ultima strada, che arrivava fino alle porte. Essendo stato istituito il coprifuoco,
non era previsto che ci fosse nessuno in giro, quindi le porte erano chiuse e bloccavano le tre arcate di
accesso al Quartiere del Palazzo.
«Adesso cosa facciamo?» sussurrò Ravenna, con voce piena di tensione. Senza dubbio anche le
torri disposte lungo le mura dovevano essere sprangate, quindi non c'era nessuna speranza di passare da
quella parte, senza contare che le porte chiuse avrebbero fatto perdere agli Arcipelaghiani minuti
preziosi quando fosse venuto per loro il momento di sferrare l'attacco previsto... sempre che Palatine
non avesse detto loro di aspettare un suo segnale, che ora non sarebbe più potuto arrivare.
Anche se questo avrebbe messo sul chi vive il mago della mente e attirato sul posto una quantità
di Sacri, non mi restava altro da fare che ricorrere alla magia. Con un po' di fortuna, Ravenna e io
saremmo riusciti a far perdere le nostre tracce nel dedalo di vicoli dalla parte opposta delle porte.
Dopo aver controllato che lungo la strada non ci fosse nessuno, mi avvicinai ai battenti e posai
la mano sulla serratura; questa volta, svuotare la mente mi riuscì più facile, e fu cosa di un momento
dissolvere la serratura con una scarica di fuoco d'ombra.
«Una mossa astuta» commentò Ravenna, avvicinandosi e afferrandomi per una spalla prima che
potessi muovere un passo. «Queste porte hanno un dispositivo che provochi una pioggia di massi?»
Me ne ero dimenticato! Al di là delle porte, nel passaggio, il soffitto era dotato di buchi e sopra
di esso, in uno spazio apposito, erano accumulate un paio di tonnellate di macerie che potevano essere
rovesciate su nemici ignari.
«È possibile che abbiano attivato il meccanismo di rilascio» aggiunse Ravenna, poi ricorse al
fuoco d'ombra per dissolvere la serratura della porta dall'altro lato del passaggio e concluse: «Ora non
ci resta che correre.»
Insieme, attraversammo a precipizio la galleria lunga circa sei metri, spingemmo il battente
opposto e sbucammo nella piazza triangolare al di là di esso. Anche lì non si scorgeva traccia di
guardie, ma adesso era possibile sentire grida di allarme che provenivano dalla direzione del Palazzo,
quindi imboccammo di corsa la via più vicina e non smettemmo di correre fino a quando non
arrivammo alla prima intersezione.
«Non tentare mai di penetrare di soppiatto nella Città Santa» annaspò Ravenna, con il fiato
corto, respirando a fondo l'aria della sera, che era molto più calda del solito... altro segno
dell'approssimarsi della tempesta.
«Almeno, non senza disporre di un esercito.»
«La dimora di Kuzawa è poco più avanti» replicai, indicando verso destra. «Ilda ci avrà lasciato
a disposizione la chiave.»
«Chi è Ilda?» domandò Ravenna, in tono guardingo.
«La figlia di Mezentus.»
Dopo aver controllato che non ci fossero in giro altre pattuglie, ci rimettemmo in marcia e,
mentre camminavo, riflettei sul fatto che in quell'area la sorveglianza sembrava meno massiccia. Era
strano, considerato che quello era il quartier generale delle forze nemiche, il punto nevralgico di
maggiore importanza. Perché c'era stato un simile spiegamento di forze nell'area del porto? Possibile
che qualcuno avesse tradito?
Arrivati alla dimora Kuzawa senza ulteriori problemi, sgusciammo all'interno senza incontrare
nessuno. Una volta al sicuro nella stanza segreta, la stanchezza accumulata nel corso della lunga
nuotata e di tutto quell'aggirarmi di soppiatto per le strade mi piombò addosso di colpo, inducendomi
ad accasciarmi su uno dei letti, con le spalle appoggiate alla parete. Ravenna intanto si liberò del
mantello, slacciò le armi che portava alla cintura e sedette sull'altro letto; dopo qualche momento, io mi
alzai e chiusi le finestre, che erano rimaste aperte per tutto il giorno, in modo da evitare che le nostre
voci potessero essere sentite dagli uomini che stavano passando di corsa sotto di esse per andare a
indagare sulla magia che era stata usata per forzare le porte.
Seguì un momento di imbarazzante silenzio.
«Grazie per avermi salvato la vita» disse infine Ravenna.
«Otterrò mai delle scuse per quello che mi hai detto l'altro giorno?» ribattei, deciso a non lasciar
cadere la questione.
«Non è stata tutta colpa mia. Forse ho reagito in maniera eccessiva, ma non intendo addossarmi
tutto il biasimo.»
«Nel nome di Thetis» esplosi, sentendo riaccendersi la mia ira, «vuoi deciderti a spiegarmi cosa
ho mai detto, per offenderti tanto?»
«Credo che tu lo sappia.»
«No, non lo so, quindi vorresti essere tanto gentile da illuminarmi al riguardo?»
«Prima mi hai rimproverata per aver liberato la tua magia, e poi hai finto di voler chiedere il
mio aiuto.»
«Non era una finzione... non sapevo davvero che cosa fare» ribattei, più confuso che mai,
perché non riuscivo a capire il motivo del suo rancore.
«Non sapevi che cosa fare? Con poteri come quelli di cui disponi? Tu che, dopo appena un anno
di lezioni, puoi evocare un'onda di marea con uno schiocco delle dita, mentre noi altri poveri mortali
dobbiamo studiare per anni per apprendere a usare la magia?»
Soltanto allora, nel sentire quelle parole, compresi finalmente quale fosse stata la causa di tutto,
cosa l'avesse indotta a lanciarsi in quella feroce invettiva contro i Tar'Conantur: Ravenna era gelosa di
me, e io non me ne ero reso conto, perché non avevo mai supposto che potesse esserci qualcosa di cui
essere gelosi.
La mia espressione sorpresa dovette intanto dimostrarle che ero arrivato soltanto allora a capire
il perché della sua reazione.
«Non lo sapevi, vero?» mormorò. «Non te ne sei mai accorto.»
«Tu sembri considerarmi molto superiore a ciò che sono in effetti. Non sono una sorta di
semidio.»
«Ho cominciato a studiare la magia quando avevo sette anni, e da allora sono stata in due
Cittadelle, dove ho preso lezioni dai migliori maghi dell'Ombra e del Vento che ci siano. Tu invece
riesci a utilizzare il potere dell'Acqua senza aver ricevuto nessun insegnamento, perché esso è insito nel
tuo stesso sangue in quantità tale da far supporre che tu debba essere un elementale almeno per metà, se
non di più. Quanto all'Ombra, per usarla così bene, devi avere dentro di te anche quella componente. Il
risultato è che riesci a fare d'istinto cose che io ho imparato dopo anni di studio e di applicazione.»
Quel senso di invidia doveva averla tormentata non poco nel corso dell'ultimo anno... e pensare
che per tutto quel tempo io avevo nutrito nei suoi confronti un così reverenziale rispetto, affascinato
dalla molto maggiore scioltezza con cui lei era in grado di impiegare la magia.
«In tal caso» mormorai, «credo di doverti fare le mie scuse.»
«No, non devi. Non è colpa tua se hai questi talenti, e mi dispiace terribilmente di quello che ho
detto. In quel momento lo pensavo, ma adesso non lo penso più.»
«Allora vogliamo metterci una pietra sopra?»
«Sì» assentì lei.
Per la prima volta ci scambiammo un abbraccio sincero.
«Allora, qual è il tuo piano?» chiese poi Ravenna, e dopo che le ebbi spiegato le nostre
intenzioni, e cosa fosse successo fino a quel momento, commentò: «È un progetto piuttosto disperato.
Se Palatine ed Elassel sono state catturate, quante probabilità ci sono che i prigionieri riescano
comunque a evadere?»
«Ci ho pensato sopra, e credo che si debba partire dal presupposto che ce la faranno.»
«Ritieni che sia il caso di andare a controllare?»
«No, è troppo pericoloso» affermai, dopo un momento di riflessione.
«Non riusciremo più a oltrepassare le porte senza essere visti, perché questa volta ci saranno
degli uomini appostati nel casotto di guardia... d'altro canto, forse potrei riversare l'onda di piena anche
sulle porte.»
«Neppure tu puoi gestire in questo modo il genere di potere di cui stai parlando» obiettò
Ravenna. «Non possiedi la magia del Vento, che potrebbe avere ragione del casotto di guardia.»
«Tu ce l'hai, ma non possiedi la magia dell'Acqua, e non abbiamo modo di fondere i nostri
poteri.»
«Invece sì!» sorrise Ravenna. «Ci siamo già collegati una volta per dirigere la nostra magia, e
non c'è motivo per cui non si possa farlo ancora.»
«Ma l'abbiamo incanalata verso l'interno» protestai.
«Non vedo perché non lo si possa fare anche verso l'esterno» insistette lei, con gli occhi che
brillavano. «Cathan, noi possiamo fare qualcosa che nessuno ha mai fatto prima, in tutta la storia di
Aquasilva. Disponendo dell'Ombra, dell'Acqua e del Vento, possiamo controllare le tempeste stesse.»
«Ma così non altereremo il clima?» obiettai, ancora dubbioso.
«Non ora. Tutto quello che faremo, sarà imbrigliare il potere della tempesta per i nostri fini,
quando essa arriverà. Non evocheremo una tempesta dal nulla e neppure altereremo il clima.»
«Ma se la tempesta scatenerà tutte le sue energie su Lepidor non potrà poi finire di scaricarsi
sull'oceano, e questo influenzerà il clima.»
«Vuoi riprendere la tua città, oppure no?»
«Certo che lo voglio, ma se l'atmosfera è come l'oceano, qualsiasi cosa faremo qui potrebbe
uccidere migliaia di persone altrove.»
«Ne sei certo?»
«È solo una supposizione.»
«Una supposizione. D'altro canto, abbiamo la certezza che se non riprenderemo la città
moriremo tutti, e con noi morirà anche la nuova speranza dell'eresia, senza contare che la tua gente
rimarrà sotto il benevolo governo di un burattino controllato da Midian» concluse, in tono quasi
ringhiante.
«D'accordo, ho afferrato il punto, però cerchiamo di non utilizzare in misura eccessiva la forza
della tempesta.»
«In quelle nuvole ci sarà una tale energia che ci vorrebbe una legione di maghi per esaurirla.»
«Hai detto tu stessa che io, da solo, equivalgo a una legione.»
«Non stavo parlando in modo letterale. Forse Orosius potrebbe farlo, ma spero che tu non abbia
il suo genere di potere.»
«Probabilmente lui ha più sangue elementale di me, nelle vene.»
«Io non ci spererei. Non credo sia possibile averne più di una certa quantità senza diventare un
elementale, e tu ne hai già fin troppo per il tuo stesso bene.» «Possiamo tornare al nostro piano? Come
procederemo... e da dove, ora che ci penso?»
«Quanto tempo abbiamo a disposizione?»
«Due ore circa.»
«Non penso che possiamo sapere come procedere fino a quando non ci proveremo. Finora, non
hai mai usato l'acqua presente nelle nuvole, vero?»
«No, soltanto quella del mare.»
«Ritengo che i principi di base siano gli stessi. Le nubi sono fatte d'acqua, quindi tutto quello
che dovrai fare sarà attirarne qui la massima quantità possibile, mentre io utilizzerò il vento per
incanalarla e scaricarla nel punto prescelto.»
«Sul Palazzo, sul casotto di guardia e sulle strade circostanti, per inzuppare a dovere i Sacri. Ma
qual è il ruolo dell'Ombra, in tutto questo? Tu conosci meglio di me la teoria magica.»
«L'Ombra è necessaria per poter anche solo cominciare a lavorare sulle tempeste. Una volta, il
Prevosto della Cittadella del Vento mi ha spiegato che l'atmosfera è contaminata dalla magia
dell'Ombra liberata dagli incantesimi utilizzati durante la Guerra. È una sorta di spettro magico, che fa
strane cose se lo si tocca con qualsiasi altro genere di magia; chi ci ha provato, subito dopo la fine della
Guerra, è impazzito.»
«Puoi cercare di non rallentare troppo gli Arcipelaghiani? Tutto dipende dal fatto che riescano
ad arrivare al Palazzo prima che i Sacri abbiano il tempo di riprendersi e di escogitare un modo per
restare asciutti.»
«Tu pensa al tuo elemento, e io mi occuperò del mio» ribatté Ravenna, sorridendo nonostante il
tono di rimprovero.
«E da dove agiremo, esattamente?»
«Dovremo essere all'esterno, altrimenti sarà tutto più difficile. Dai momento che è la prima
volta che facciamo una cosa del genere, dobbiamo essere in grado di vedere che cosa succede. D'altro
canto, non è una cosa che si possa fare stando in mezzo a una strada, quindi dovremo trovare un tetto su
cui appostarci.»
«Non questo» dichiarai. «Non voglio che i Kuzawa vengano puniti, qualora dovessimo fallire.
Da un punto di vista strategico, ritengo che il punto migliore sia il tetto del Palazzo.»
Un'ora e mezza più tardi, lasciammo il nostro nascondiglio per l'ultima volta, avvolti nei
mantelli da tempesta e muniti di balestra e di daga, anche se Ravenna aveva dovuto rinunciare alla
spada, troppo ingombrante. Ormai le sole alternative erano quella di riuscire a riprendere il controllo
del Palazzo o di cadere a nostra volta nelle mani del Dominio, e la mia sola speranza era che nel
frattempo Midian non avesse approfittato della situazione per vendicarsi di Elassel.
Fuori il vento stava aumentando d'intensità e la temperatura si era abbassata in modo
considerevole, segno che quella sarebbe stata una tempesta fredda, cosa peraltro tutt'altro che
sorprendente se si considerava che eravamo ormai a metà dell'autunno e che entro un paio di mesi
sarebbe arrivato l'inverno, riservandoci un mese o due di gelo; per noi, era una vera fortuna che si fosse
ancora in autunno, perché in pieno inverno non avremmo mai potuto aggirarci per le strade di soppiatto
in quel modo.
Anche se le porte e i cancelli di accesso al Palazzo erano sorvegliati, non avemmo difficoltà a
penetrare nel giardino, perché gli invasori non avevano abbastanza uomini da poter sorvegliare tutto il
perimetro; nell'imminenza della tempesta, inoltre, le pattuglie erano state richiamate dalle strade,
probabilmente per mantenerle riposate e all'asciutto. Quando arrivammo alla porta del giardino,
l'oscurità era ormai scesa da ore, e le lampade lasciate a beneficio delle guardie mi permisero di
individuare una delle mie vie segrete di rientro al Palazzo, un punto del muro in cui anni prima avevo
scavato appigli per le mani e per i piedi, appendendo poi una corda che facilitasse la discesa dal lato
opposto, e che era fortunatamente al di fuori del campo visivo di chi si trovasse davanti alle porte.
Ravenna e io atterrammo senza rumore su un'aiuola fiorita, in fondo al giardino. In quel punto,
l'oscurità era assoluta e non c'erano quasi luci lungo il lato del giardino rivolto verso il Palazzo, tranne
le lampade accese dove i marine di Lexan montavano la guardia, una vicino alla porta esterna e una
accanto a quella interna. Guardandomi intorno, notai che le sentinelle erano state posizionate in modo
da potersi vedere a vicenda, tutte tranne quella sulla sinistra, nascosta alla vista a causa del punto in cui
si trovava la porta che doveva sorvegliare.
«Quella laggiù» dissi, indicando nella sua direzione.
Anche se era improbabile che le sentinelle potessero scorgerci, là fuori sul prato, era comunque
meglio non correre rischi, quindi lo aggirammo seguendone i contorni e badando a non calpestare rami
secchi o a urtare cespugli, il cui fruscio potesse tradirci.
Quando arrivammo all'estremità dell'edificio, constatammo però di non avere più ripari e di
dover uscire allo scoperto, sotto la luce: io non volevo uccidere nessuno, ma lo spazio da superare era
eccessivo per poterlo varcare senza essere visti, quindi indietreggiai all'ombra di un capanno esterno e
sollevai la balestra, prendendo di mira la testa della sentinella.
Per un momento ancora esitai, con il dito sul grilletto, e fu un bene perché l'istante successivo ci
fu un bagliore improvviso quanto intenso, seguito da un terribile frastuono che proveniva dalla
direzione del porto e che strappò al marine un violento sussulto.
«Che cosa è stato?» gridò uno dei suoi compagni, da dietro l'angolo.
«Non ne ho idea» rispose un altro.
Seguì un nuovo scoppio fragoroso, e quando i miei orecchi ripresero a funzionare sentii delle
grida provenire dal Palazzo.
«Credi che ci stiano attaccando?» domandò ai compagni la guardia che avevo preso di mira...
che a giudicare dalla voce doveva essere molto giovane, forse anche più giovane di me.
«Venite, da qui si vede bene!» gridò il marine sul lato opposto. «Al porto c'è qualcosa che sta
bruciando.»
Sotto il mio sguardo incredulo, le altre sentinelle abbandonarono i loro posti per correre a
guardare.
«Pare che il Fato ci assista» sussurrò Ravenna, mentre raggiungevamo di corsa la porta; com'era
prevedibile, essa era chiusa a chiave, ma una scarica di fuoco d'ombra fu sufficiente a risolvere il
problema.
All'interno, imboccammo una scala a chiocciola che presentava a intervalli dei pianerottoli con
delle porte, ma anche se sentimmo delle grida e gente che correva lungo i corridoi, nessuno ci vide o
cercò di fermarci.
Quando sbucammo infine sul giardino a terrazza che copriva il tetto, mi affacciai al parapetto
per guardare verso il porto e vedere cosa stesse succedendo: un peschereccio era in fiamme, e al di
sopra del porto sottomarino andava alla deriva la sagoma inconfondibile di una manta. Cariche a
energia e siluri aetherici la illuminavano dal basso esplodendo contro il suo scafo, che doveva aver
subito notevoli danni, a giudicare dal modo in cui un'ala pendeva nell'acqua. Quella doveva essere la
manta con cui Etlae era arrivata a Lepidor.
Di lì a poco l'attacco cessò, e io vidi la distesa scura del mare solcata dalla scia di qualcosa che
si muoveva appena sotto la superficie.
Non poteva essere stato Hamilcar a fare una cosa del genere, perché aveva troppo buon senso, e
a parte lui non c'era nessun altro a piede libero, tranne...
Senza bisogno che nessuno me lo dicesse, seppi con assoluta certezza che la manta che stava
uscendo dal porto era l'Esmeralda, e che a bordo c'era Tetricus.
CAPITOLO TRENTUNESIMO
Dopo quella prima occhiata, non ebbi altro tempo per contemplare quello spettacolo, perché sul
tetto c'era di sentinella un Sacro, intento a osservare il porto, impassibile sotto la sua maschera, con il
mantello agitato dal vento; questa volta, naturalmente, non fummo tanto fortunati da passare
inosservati: il guerriero si accorse di noi e si girò, mettendo mano alla spada... senza però arrivare a
completare il gesto.
Prima di salire la scala, Ravenna aveva impugnato la balestra, e adesso tolse la sicura e fece
fuoco nel momento stesso in cui il Sacro accennò a muoversi: una chiazza rossa apparve sulla
sovratunica del guerriero, che abbassò lo sguardo sulla quadrella conficcata nell'armatura e si accasciò
lentamente in ginocchio per poi crollare prono in avanti, con gli arti che si contraevano. Evidentemente
il colpo doveva averlo raggiunto al cuore, perché le sue convulsioni cessarono quasi subito.
«Prendi questo, bastardo assassino» inveì Ravenna, con voce incrinata, e nel girarmi a guardarla
vidi che stava piangendo, con i nervi ormai prossimi a cedere.
«Cosa ti succede?» domandai, cingendole le spalle con un braccio e togliendole di mano la
balestra per rimettere la sicura.
«Li odio» singhiozzò lei, perdendo del tutto il controllo. «Hanno ucciso mio fratello, che aveva
solo sette anni.»
Sconvolto, perché quella era una cosa che non avrei mai immaginato, la tenni stretta a me per
un momento, mentre mi singhiozzava sulla spalla, limitandomi ad abbracciarla in silenzio perché non
c'era nulla che potessi dire.
Infine Ravenna si ritrasse e si asciugò il volto con una manica.
«Grazie» mormorò, senza specificare per che cosa.
Io mi strinsi maggiormente nel mantello, perché il vento stava aumentando d'intensità e adesso
il cielo era interamente coperto di nubi. Grazie alla luce che proveniva dal porto, in basso era possibile
vedere una colonna di persone che stava risalendo la via principale.
«Abbassati, presto!» sibilò Ravenna. «Quassù siamo troppo visibili!»
«È completamente buio» protestai, ma mi accoccolai comunque in modo da poter vedere
appena al di sopra del parapetto.
Nello stesso momento, sentii le prime gocce di pioggia che cominciavano a tamburellare sulle
tegole del tetto, alle nostre spalle; quanto al giardino a terrazza, era stato progettato secondo uno
schema particolare, in base al quale l'acqua si raccoglieva sotto il terriccio e l'eccesso veniva eliminato
tramite canali di scolo, al fine di evitare che il suo peso aggiuntivo facesse crollare l'edificio ogni volta
che pioveva.
Nel frattempo, la colonna di persone si era fatta più vicina, e potei infine vedere che era
composta dalla delegazione arcipelaghiana, scortata da una decina di Sacri; i prigionieri avevano le
mani legate dietro la schiena, e anche da quella distanza le luci aetheriche della strada evidenziavano la
disperazione presente sul loro volto. Nel dirigersi verso il Palazzo, la colonna incrociò poi numerosi
Sacri e alcuni marine di Lexan, che stavano correndo nella direzione opposta, verso il porto.
«Mi chiedo perché Etlae li voglia a Palazzo» borbottò Ravenna, tirando su il cappuccio del
mantello da tempesta e sollevando la maschera di stoffa a coprirsi la parte inferiore del viso, in modo
da lasciare visibili soltanto gli occhi. Dal momento che la pioggia si andava intensificando, anch'io feci
lo stesso, perché il cappuccio e la maschera, pur riducendo il campo visivo, avevano il vantaggio di
impedire all'acqua di scorrere sul volto e nel collo; per buona misura, slacciai anche le maniche,
ritraendo le mani al loro interno, e allacciai il davanti del mantello. Adesso io e Ravenna sembravamo
un paio di yeti silverniani... yeti che erano però in procinto di scatenare su Lepidor la peggiore tempesta
che essa avesse mai conosciuto.
Tutt'intorno a noi si diffuse poi un tenue bagliore azzurro, segno che gli scudi aetherici della
città si erano attivati; di solito, quegli scudi erano in grado di proteggere Lepidor dalle tempeste
naturali, anche le più violente, ma non avrebbero potuto reggere alla furia della nostra magia.
In preda alla frustrazione, impossibilitati a intervenire in qualsiasi modo, seguimmo con lo
sguardo la colonna dei prigionieri che stava risalendo la strada; di lì a poco essa entrò nel cortile del
Palazzo, le porte si richiusero alle sue spalle e i Sacri si ritirarono nel casotto di guardia, da dove
potevano sorvegliare le porte e tenersi al riparo dalla tempesta imminente; del resto, rimanere
all'esterno sarebbe stato inutile, perché di solito nessuno era tanto folle da sferrare un attacco durante
una tempesta.
Ormai la pioggia si era fatta abbastanza martellante da far sì che avvertissi l'impatto delle gocce
attraverso lo spesso mantello, e di tanto in tanto il cielo era solcato da lampi, accompagnati dal fragore
dei tuoni. Alzandomi in piedi, raggiunsi la porta che ci aveva permesso di accedere al tetto e la bloccai
come meglio potevo, mentre Ravenna faceva lo stesso con l'altra. Nonostante quelle barricate
improvvisate, ci saremmo comunque trovati nei guai se qualche Sacro fosse venuto a cercare il
compagno mancante, ma speravo che la sua assenza passasse inosservata nel corso della mischia
imminente.
Ormai il chiarore proveniente dal porto si era spento, perché il peschereccio era stato
completamente sventrato dalle fiamme ed esse erano arrivate alla linea di galleggiamento,
estinguendosi; quanto alla manta contro cui Tetricus... se davvero si era trattato di lui... aveva aperto il
fuoco, era stata soccorsa e adesso si stava immergendo, diretta verso il largo; dal mio punto di
osservazione, io potevo soltanto sperare che nel frattempo l'Esmeralda avesse acquisito un vantaggio
sufficiente a permetterle di arrivare a Kula senza essere catturata.
Nel frattempo, la furia della tempesta era andata aumentando, adesso i fulmini erano più
frequenti, sulle montagne, e le cortine di pioggia si andavano facendo sempre più spesse, quindi io e
Ravenna ci rifugiammo fra due alberi, nascosti alla vista delle porte da una delle sezioni di tetto,
coperto di muschio e scurito dagli elementi. Il vento era tanto forte da costringerci a reggerci uno
all'altra per non perdere l'equilibrio, e i nostri mantelli erano letteralmente grondanti... considerata la
furia degli elementi, potevamo avere ormai la quasi certezza che nessuno venisse a fermarci.
Ravenna creò poi intorno a noi una barriera d'Aria, per schermarci dagli effetti peggiori del
vento e della pioggia, e ben presto le folate si placarono abbastanza da permetterci di stare in piedi
senza bisogno di aiuto.
«È il massimo che posso fare» disse Ravenna. «Sei pronto?»
«Sono pronto» annuii, mentre ci prendevamo per mano, ripiegando le maniche dei mantelli sui
rispettivi polsi per proteggerci dalla pioggia.
Svuotai quindi la mente, sentendo la mia consapevolezza fluttuare nel vuoto a mano a mano che
perdevo ogni contatto con il mondo esterno, avviando al tempo stesso il collegamento con Ravenna.
Per quanto ne sapevo, creare un contatto mentale stabile con qualcun altro per combinare i
propri poteri con i suoi era una cosa che nessuno aveva mai fatto, tranne un mago della mente. Percepii
l'unirsi delle nostre menti, accompagnato da un improvviso rinnovarsi di un senso di consapevolezza e
dallo svanire del vuoto. Adesso potevamo spingere lo sguardo molto al di là dell'oscurità che
ammantava i tetti circostanti: sembrava che stessimo fluttuando sopra la città, godendo di una visuale
perfetta di tutto, nonostante l'oscurità della notte e i rovesci temporaleschi.
Quella parte della nostra entità congiunta che era ancora Cathan, percepì un improvviso allarme
nella stanza del trono, dove il mago della mente aveva appena avvertito, con suo sgomento, il
congiungersi della nostra magia, ma ignorai la sua costernazione e mi protesi invece verso le nuvole,
accumulate sopra di noi in spessi strati successivi, che si estendevano per chilometri nell'atmosfera. A
occidente, rispetto a noi, il fronte della tempesta si stava dirigendo verso l'oceano sterminato, con
enormi ammassi di nubi che si sollevavano a una velocità vertiginosa, simili a immense valanghe
celesti. La direzione che interessava a me era però l'est, perché era da lì che avrei attinto l'acqua che mi
serviva, estraendola da centinaia, migliaia di chilometri di ammassi cumuliformi densi di pioggia che si
stavano dirigendo tutti verso di noi.
Pensa prima alle difese del Dominio, mi trasmise la mente di Ravenna.
Nel santuario della Tempesta, al centro del Tempio, il vice di Midian era fermo con le mani
protese sul rubino sovrastante una fornace alimentata a legnofiamma, intento a focalizzare il potere del
Fuoco per respingere la tempesta; accanto a lui, due accoliti osservavano il suo operato con aria
guardinga.
Io mi protesi verso l'oceano, attingendo energia dalla sua illimitata riserva d'acqua, una massa di
potere elementale più immensa di quella costituita da tutti i fuochi esistenti nel mondo. Purtroppo non
avevo con me il mio bastone, che mi sarebbe stato utile, ma in qualche modo il suo impiego non parve
necessario: nel momento in cui prelevai il potere grezzo dell'elemento dell'Acqua direttamente dal
mare, percepii la sua energia esaltante scorrere attraverso il mio corpo, e mi parve quasi di poter sentir
cantare il mio stesso sangue.
Grazie ai sensi potenziati dalla vista d'ombra, potevo vedere le linee di magia del Fuoco che si
protendevano dal Tempio a rinforzare gli scudi, in tutta la città, sotto forma di tenui e oscillanti scie di
potere. Concentrando la mia volontà, la spinsi lungo quelle linee con la massima forza possibile,
proiettandola verso il Tempio a una velocità tale da rendermi impossibile seguirla. Il rubino emanò un
fugace bagliore rossastro, poi s'infranse, incapace di reggere alla tensione, mentre un bagliore
azzurrastro esplodeva davanti alla faccia del prete, che ricadde all'indietro con un urlo, sotto lo sguardo
sconvolto e attonito degli accoliti.
«Che succede?»
Quel grido permeato d'ira proveniva dal Palazzo, sotto di noi, dove Etlae stava inveendo contro
il mago, nella sala del trono.
«Stanno utilizzando troppo potere, Vostra Grazia» replicò il mago della mente.
In tutta la città, le cortine di pioggia si andarono intanto facendo più fitte, e io vidi gli alberi e le
piante dei giardini pensili che cominciavano a piegarsi sotto la spinta del vento, mentre qua e là qualche
oggetto che non era stato fissato bene volava via, trasportato nell'arco di pochi secondi a centinaia di
metri di distanza.
Una manovra brillantemente eseguita. Facciamogli vedere di cosa siamo capaci.
Distogliendo l'attenzione dalla città, tornai ad accentrarla sulle nuvole, mentre il potere di
Ravenna entrava a sua volta in azione. Tutt'intorno a noi, sui pendii montani e sul mare, la pioggia
battente venne risucchiata lateralmente, in modo da formare un vortice concentrato sul casotto di
guardia posto fra il quartiere del porto e quello del Palazzo; contemporaneamente, io attinsi quanta più
energia possibile dalle nubi e dal mare, prelevandone per buona misura anche all'oscurità che ci
circondava.
Tonnellate d'acqua, sospinte da un vento che viaggiava a centinaia di nodi di velocità, si
abbatterono sulla torre, la cui sommità si disintegrò sotto l'impatto, con i mattoni che si staccavano uno
dopo l'altro; pochi secondi più tardi, le arcate e le porte cedettero a loro volta, collassando su loro stesse
e riversandosi sotto forma di macerie nelle piazze poste su entrambi i lati; la violenza dell'impatto fu
tale che alcuni mattoni andarono addirittura a rimbalzare contro le case vicine, o volarono lontano,
lungo la strada. Nell'arco di pochi secondi, dove prima c'era stato il casotto di guardia rimase soltanto
un ammasso di macerie.
Sentendo il potere che continuava a scorrerci attraverso, mi resi d'un tratto conto che
cominciavamo a perderne il controllo. Adesso i lampi si succedevano in maniera quasi costante, i tuoni
erano un singolo rombo continuo e assordante. Stavamo impiegando un potere eccessivo, e se non
fossimo stati attenti...
Limitiamoci! Ne stiamo usando troppo! comunicai mentalmente a Ravenna.
Lo so, ci sto provando! rispose lei.
Nel frattempo, io cercai di contenere il fiume di energia che mi stava attraversando, ma fu come
cercare di arginare con una diga il torrente in piena che avevo disceso a nuoto, o come cercare di
incanalare le acque dell'oceano. Ben presto scoprii di non riuscire a reggere alla pressione, e le mura
stesse cominciarono a disintegrarsi. Poi, però, trovai chissà come il modo di chiudere in parte l'afflusso
del potere, anche se il vortice continuò a esistere, alimentato dalla pioggia attinta da un raggio di
chilometri tutt'attorno e concentrata sulla città. Vidi il vento spazzare via il tetto del magazzino in cui
erano rinchiusi gli Arcipelaghiani, e una bolla d'aria protettiva formarsi intorno agli uomini che si
trovavano all'interno. Subito il capitano della nave balzò in piedi, strappò un'arma dalle mani di una
guardia comatosa e uscì di corsa per aprire la cassa di armi che Palatine ed Elassel erano riuscite a
trasportare fin là. Alle sue spalle, gli altri Arcipelaghiani si ripresero intanto dallo stupore derivante da
quella protezione magica dalla tempesta, si affrettarono ad armarsi a loro volta e spiccarono la corsa
verso il Palazzo.
Abbiamo quasi finito, disse Ravenna.
Ci rimane soltanto il Palazzo.
Le cortine di pioggia che, nell'arco dell'ultimo minuto, avevamo riversato sui quartieri del porto
e del Palazzo erano tali che le strade erano sommerse da uno strato d'acqua profondo qualche
centimetro. Protendendomi in tutte le direzioni, io trassi quell'acqua verso di me, dirigendone la forza
sulle porte, nel momento stesso in cui un vortice nero si riversava sul giardino e si protendeva ad
avviluppare il Palazzo, così vicino a dove noi ci trovavamo che avrei quasi potuto tendere la mano e
toccarlo. I vetri delle finestre della stanza delle guardie e dei corridoi circostanti s'infransero,
tempestando i Sacri di schegge volanti, poi il vento e la pioggia si abbatterono su di loro, scagliandoli
qua e là per i corridoi come se fossero stati altrettante bambole di pezza. Li vidi sbattuti contro i muri e
i mobili, impotenti di fronte al nostro attacco nonostante le loro armi e il loro addestramento. Poi la
furia della bufera si allontanò ululando lungo i corridoi della mia casa, lasciandosi alle spalle i cadaveri
dei Sacri come altrettanti rottami di un naufragio.
Le porte s'infransero, andando in mille pezzi sotto l'attacco delle onde incessanti che
giungevano dalla strada, e le acque si riversarono nel cortile, ricoprendo la pavimentazione e le piante
che tanto piacevano a mia madre. Dentro di me, io stavo soffrendo terribilmente per la distruzione che
ero costretto a infliggere alla mia stessa casa, ma sapevo che non c'era altro modo per vincere.
All'improvviso, sentii poi il controllo che mi sfuggiva e il fiume di potere che si prosciugava, il
vortice che aveva incanalato la pioggia scomparve e il contatto mentale s'infranse. Immerso in
un'oscurità improvvisa, chiamai invano il nome di Ravenna.
Il momento successivo, nell'aprire gli occhi, mi trovai disteso sotto le cortine di pioggia, faccia
a faccia con il fradicio, furente mago della mente.
Ravenna e io eravamo così prosciugati di energie che i Sacri di scorta al mago dovettero
trasportarci dentro di peso. In fondo alle scale, i Sacri ci gettarono sul pavimento del corridoio e, con
modi tutt'altro che gentili, procedettero a tagliare i mantelli e i cappucci per poi legarci le mani. Quando
ebbero finito, ci issarono in piedi e ci trascinarono giù per le scale, infliggendoci dolorosi scossoni a
ogni gradino. Per quanto lo volessi, io non riuscii a reagire in nessun modo, perché mi pareva che ogni
muscolo del mio corpo fosse assolutamente svuotato di energia, come se non avessi più riposato da
settimane, ed ero così debole da riuscire a stento a tenere gli occhi aperti.
Lungo il tragitto, oltrepassammo guardie armate in ogni corridoio, tranne che al piano terreno,
dove potei vedere con i miei stessi occhi la devastazione che avevamo provocato: perfino la pittura
delle pareti era stata danneggiata dagli uragani in miniatura che avevamo inviato lungo i corridoi, i
tappeti erano fradici, non c'era una luce che funzionasse e nella penombra si vedevano dovunque corpi
di Sacri e di marine, morti o moribondi, accasciati al suolo o contro le pareti. Quella vista mi diede un
senso di nausea, e mi indusse a chiedermi se fosse valsa la pena di scatenare tanta morte e sofferenza,
di distruggere la mia stessa casa, soltanto per riconquistare un titolo e per andare comunque incontro
alla sconfitta finale, proprio come se avessi permesso loro di prendermi prigioniero non appena erano
arrivati.
I nostri catturatori ci condussero nella Grande Sala per la via più diretta, emergendo da una
delle porte laterali che sboccavano davanti alla piattaforma. Là, io fui momentaneamente accecato dalla
luce intensa che regnava nella sala, e quando infine la vista mi si adattò, lessi una nuova, più intensa
disperazione sul volto dei delegati arcipelaghiani e degli altri prigionieri inginocchiati sul lato destro
della sala, sotto la sorveglianza dei marine. Fra gli altri, c'erano anche Palatine ed Elassel, il cui volto
era segnato da lividi recenti.
Io e Ravenna fummo scaricati davanti alla piattaforma, poi qualcuno mi afferrò per il colletto
per sollevarmi in ginocchio, prima che mi accasciassi. Vidi Etlae seduta sul trono di mio padre,
affiancata da Midian e dalla figura incappucciata; sulla destra, tre o quattro Inquisitori si paravano
davanti ai prigionieri, contemplandoli con occhi impassibili, uno di essi con una frusta stretta nella
mano snella e ascetica.
«Finalmente ti abbiamo preso, eretico!» esclamò Etlae, con voce che grondava veleno.
Nonostante l'accaduto, i suoi abiti erano in perfetto ordine, e lei appariva in tutto e per tutto il Terzo
Primate che era. «Pagherai a caro prezzo il male che hai operato oggi.»
Io cercai di parlare, ma scoprii che mi era quasi impossibile a causa della morsa che mi serrava
il colletto intorno alla gola.
«Nel nome di Thetis» riuscii infine a gracchiare.
«La tua divinità non può più aiutarti, eretico.»
«Lui è ancora il Conte di Lepidor» intervenne Lexan, che era fermo alla sinistra di Etlae, con
espressione trionfante; di mezza età, con il volto rotondo incorniciato da ispidi capelli neri simili al
pelo di una capra, Lexan aveva lineamenti gentili che, a prima vista, traevano in inganno.
«Non lo resterà per lungo» ribatté Midian, con un freddo sorriso che parlava di una vendetta a
lungo attesa.
«Finché non sarà stato formalmente rimosso, lo dovete trattare almeno con un minimo di
rispetto» insistette Lexan.
Io non mi feci nessuna illusione sulle sue motivazioni: Lexan voleva soltanto evitare che il
Dominio creasse un precedente in cui ai suoi membri era permesso di maltrattare impunemente un capo
di clan, perché sapeva che quello che stava accadendo a me, un giorno sarebbe potuto succedere anche
a lui.
«Allora rimuoviamolo dalla carica» replicò Midian.
«È necessario rispettare le forme richieste» fu pronto a sottolineare Lexan.
«E così sarà» annuì Etlae, continuando peraltro a fissare me e Ravenna con occhi roventi.
«Le regole non ti sono mai piaciute, vero?» commentò Ravenna, con voce piena di disprezzo,
parlando per la prima volta. «A meno che si adattassero ai tuoi intenti.»
«Tu non hai immunità di sorta, ragazza» scattò Etlae. «Prima che lasciamo questa città, sarai
bruciata sul rogo.»
Io fui forse il solo a sentire il sommesso suono di angoscia e di terrore che sfuggì dalle labbra di
Ravenna. Nel lanciarle un'occhiata in tralice, vidi che aveva gli occhi serrati, da cui una singola lacrima
stava colando lenta lungo la guancia.
«In virtù di quale legge?» domandai, ricordando però subito che un Primate poteva
amministrare la giustizia sotto la propria autorità. Terrorizzato per Ravenna, imprecai fra me in preda
alla frustrazione.
«In virtù della legge di Ranthas» ribatté Etlae.
Non potevo permetterle di fare una cosa del genere a Ravenna, o a chiunque altro, ma come
potevo fermarla?
In quel momento, dal corridoio giunsero delle grida, poi un marine entrò di corsa per dare
l'allarme.
«I marinai arcipelaghiani sono fuggiti, e stanno attaccando il Palazzo!» esclamò.
«Barricate le porte» ordinò immediatamente Etlae. «Chiudete a chiave tutte quelle che potete.
Haroum, voglio una cortina di fuoco a protezione di tutte le finestre... e che qualcuno chiami rinforzi.»
Mentre il mago, che doveva essere quell'Haorum a cui lei si era rivolta, sollevava le mani, io
sentii morire il breve alito di speranza che era nato dentro di me. Etlae e i suoi sarebbero riusciti a
difendere quella sala fino all'arrivo dei rinforzi, che avrebbero intrappolato gli Arcipelaghiani fra le
rovine del cortile. Sulla scia di quella constatazione, mi sentii assalire da una terribile, amara delusione,
accompagnata dalla disperazione più totale: avevamo fallito, e non c'era più via di uscita da quella
situazione.
«Ammiraglio Karao, apprezzerei che tu richiamassi all'ordine i tuoi uomini» disse intanto
Midian.
Io girai la testa per guardare nella direzione in cui lui si era rivolto nel parlare, mentre altri Sacri
e marine affluivano nella stanza, trasportando tavoli e cassapanche che accumularono contro le porte;
contemporaneamente, la luce si intensificò all'improvviso quando cortine di fiamma apparvero a
rivestire le finestre.
Hamilcar e Sagantha erano seduti in disparte sulla sinistra della sala, entrambi stanchi e
preoccupati, e l'ammiraglio sembrava un uomo del tutto diverso da quello che avevo conosciuto in
precedenza.
«Lo farò soltanto se diventerà necessario per salvare loro la vita, Avarca, non prima» rispose
Sagantha. «Sono Arcipelaghiani, e stanno tentando di liberare le persone che erano state loro affidate,
quindi non posso e non voglio interferire.»
«Bada, ammiraglio, ti stai avvicinando pericolosamente al limite della tua neutralità» ammonì
Etlae, in tono tagliente. «Il semplice fatto di essere un Cambressiano non ti conferisce una libertà
assoluta.»
Attese quindi che l'indignazione generata dalle sue parole si fosse placata, e tornò a rivolgersi a
me e a Ravenna.
«Mettetela con gli altri condannati a morte» ordinò, indicando Ravenna.
«È solo un'orfana, di nessuna importanza.» Due Sacri afferrarono Ravenna per le spalle e la
trascinarono lungo il pavimento, depositandola accanto a Palatine e a Elassel.
Nel nome di Thetis, possibile che Etlae intendesse bruciare anche loro sul rogo? Doveva esserci
qualcosa che potevo fare.
Per favore, pregai dentro di me, fa' che questo incubo finisca!
Solo che non si trattava di un incubo, ma della realtà.
«Etlae, se le lascerai andare firmerò qualsiasi documento tu voglia» dissi, rinunciando alle
ultime vestigia di orgoglio che mi rimanevano, ben sapendo che questo avrebbe potuto condurmi al
rogo. «Stavano agendo dietro mio ordine.»
«Quindi adesso cerchi di proteggere le tue amiche. Davvero commovente. Purtroppo Ranthas,
nella Sua saggezza, non ammette deviazioni, quando si tratta di eretici.»
«Etlae, ti supplico. Cederò spontaneamente Lepidor, e tu avrai il tuo documento legale.»
Lei mi contemplò in silenzio, probabilmente assaporando quel momento di vittoria, e io chiusi
gli occhi, cercando di escludere dalla mia sfera cosciente il resto della stanza.
«Nell'interesse della diplomazia, come rappresentante di Ranthas su Aquasilva, sono pronta a
offrirti una scelta. Come eretico, è più di quanto meriti, ma come Conte, per quanto tu sia un traditore,
hai comunque diritto a essa.»
Prima ancora che mi dicesse di cosa si trattava, io intuii che quella che lei definiva una scelta
non sarebbe stata davvero tale. Fuori della sala, echeggiarono intanto delle grida, accompagnate da un
rumore di piedi in corsa e da un cozzare di spade contro il legno, ma la barricata non mostrò cedimenti.
Gli aiuti erano così vicini... e tuttavia tanto lontani.
«Puoi cedere Lepidor al Dominio, che nominerà un conte all'interno del tuo Casato, salvando
così la tua stessa vita, anche se purtroppo non si potrà dire lo stesso per quella delle tue amiche.
Oppure, puoi cedere Lepidor al Conte Lexan, rinunciando per sempre al diritto del tuo Casato a
governare. In entrambi i casi, le tue amiche moriranno. Tu, però, sei più utile per noi, quindi verrai
riportato a Equatoria come penitente, per essere sfruttato secondo le nostre esigenze, nella Città Santa.
Non ci sono altre vie.»
Lexan era palesemente gongolante per quella sua vittoria per interposta persona che aveva
causato la rovina della nostra famiglia; gli altri, invece, stavano sfoggiando soltanto un freddo sorriso.
Quanto a me, non mi ero mai sentito tanto infelice, intrappolato e solo come in quel momento,
inginocchiato nella mia stessa sala, in una città catturata dal nemico, costretto a rinunciare a ciò che era
mio per diritto di nascita. Peggiore dell'umiliazione, però, era la vergogna di essere stato sconfitto e
ridotto a trattare per la vita della gente del mio clan, al cospetto di Etlae e di Midian. Non mi sentivo
più neppure degno del nome che portavo.
Di nuovo, chiusi gli occhi, chiedendomi quale fosse l'alternativa peggiore, considerato che in
entrambi i casi, il mio clan avrebbe sofferto terribilmente. Solo Thetis sapeva quanta gente il Dominio
avrebbe mandato al rogo, e porre Lexan al governo come suo strumento sarebbe stata una soluzione
altrettanto tragica. Inoltre c'erano Ravenna e gli altri... cosa potevo fare per loro?
Sapevo che tutti, nella sala, mi stavano fissando, gli Arcipelaghiani cinerei in volto per la
consapevolezza di non avere vie di uscita. Ero stato io a condannarli tutti, con la mia inettitudine?
C'era solo una cosa che potevo fare, per salvare il mio popolo a prezzo della mia stessa vita, e
nel rendermene conto rabbrividii, perché vidi l'immagine del rogo pararsi davanti a me. Si diceva che
quella fosse una delle morti più atroci che fossero mai state inventate, ma quanta della mia gente
avrebbe sofferto, sotto il governo del Dominio? Come avrei mai potuto convivere con la mia coscienza,
trascorrendo il resto dei miei giorni come schiavo?
«Davanti a Ranthas e ai Suoi servitori» dissi infine, con voce tremante, riaprendo gli occhi,
«cedo la Contea di Lepidor all'Ammiraglio Karao, come rappresentante della Thalassocrazia di
Cambress.»
Con quelle parole, lo sapevo, mi ero appena condannato a morte.
Etlae infine perse il controllo, esplodendo in un inarticolato grido di rabbia.
«Non puoi farlo. Ti ho dato un'alternativa e devi seguirla, se non vuoi finire sul rogo» esclamò.
«Sia come vuole Thetis» replicai, anche se la voce mi si incrinò nel pronunciare l'ultima parola.
«Io, Hamilcar, Lord del Casato Barca, sono testimone» affermò d'un tratto Hamilcar.
«Ciò che ha fatto rientra nei suoi diritti» rincarò Sagantha. «Cathan, accetto la Contea di
Lepidor, in nome della Thalassocrazia di Cambress.»
Per un momento, Etlae parve sul punto di esplodere, poi però riuscì a ritrovare il controllo.
«Così sia» dichiarò in tono gelido. «Troveremo in seguito un modo per aggirare questo
trucchetto legale. Per ora io, Etlae, come Terzo Primate, dichiaro che la legge religiosa avrà vigore in
questa città fino all'arrivo di un contingente cambressiano che faccia valere i suoi diritti. Quanto a te,
Cathan Tauro» proseguì, girandosi verso di me, «sei colpevole di eresia di primo grado. Sei quindi
privato di ogni titolo, privilegio e diritto, e ti condanno a essere bruciato sul rogo, sentenza che sarà
eseguita domattina. Prima che siate condotti via, va' a ordinare agli Arcipelaghiani di deporre le armi.
Non abbiamo nulla contro di loro, quindi saranno caricati sulla loro nave e rimandati nell'Arcipelago»
aggiunse, avendo forse notato la mia esitazione.
«Altrimenti affideremo uno degli ostaggi alla misericordia di Ranthas» intervenne la figura
incappucciata.
Nel sentire quella voce, compresi che la mia sconfitta era totale, perché chi aveva parlato era
Sarhaddon.
Proferita la sua minaccia, lui rivolse un cenno a uno degli Inquisitori, che estrasse un coltello e
si portò alle spalle del ragazzo chiamato Tekraea, lo stesso che si era infuriato di fronte alla
supposizione da parte di Palatine che la Pharaoh del Qalathar fosse solo una figura immaginaria.
«Questo non serve» intervenne Sagantha, in tono tagliente, «ed è contrario alla legge.»
«Qui, io sono la legge» gli ricordò Sarhaddon, con voce pacata.
«Non ti preoccupare» affermai, rivolto a Sagantha.
Due Sacri mi issarono in piedi e mi spinsero verso la barricata sottoposta all'attacco più
violento.
«Sono il Conte Cathan» gridai, anche se con voce ancora un po' debole.
«Se promettete di deporre le armi e di smettere di combattere, non vi verrà fatto alcun male.»
«Allora hanno preso anche te!» esclamò uno degli ufficiali.
«Avete la parola di un Primate, di cui sono testimoni l'Ammiraglio Karao e Lord Barca»
insistetti. Dall'altro lato scese il silenzio.
«Dimostralo» chiese poi una voce.
«Ammiraglio Karao, va' a tranquillizzarli» ordinò Etlae.
Io sentii i suoi passi alle mie spalle, ma venne fermato prima che mi si avvicinasse troppo.
«Cathan sta dicendo la verità» gridò Sagantha. «Se cessate l'attacco non vi verrà fatto alcun
male, e inoltre minacciano di uccidere Tekraea, se doveste continuare.»
«Allora ci ritiriamo» rispose la voce.
Mentre venivo trascinato di nuovo al centro della sala, sentii qualcuno gridare dei comandi, poi
i colpi smisero di piovere sulle barricate e il solo rumore nella sala rimase quello della pioggia che
martellava contro le finestre, misto all'ululare del vento.
Mentre i Sacri mi spingevano a inginocchiarmi accanto agli altri condannati, sentii Etlae
annunciare il suo ultimo atto di tradimento.
«Anche voi tutti Arcipelaghiani siete condannati a morte. Domattina, prima di appiccare il
fuoco, il mio mago della mente utilizzerà il suo talento per scoprire quale di voi sia la Pharaoh. Lei
verrà risparmiata, gli altri finiranno sul rogo. Guardie, portateli via.»
CAPITOLO TRENTADUESIMO
Nelle cantine del Palazzo c'erano alcune piccole stanze che erano state utilizzate un tempo come
magazzini ma che adesso erano vuote, e fu in una di queste camere buie, due livelli al di sotto del
terreno, che fummo condotti dagli Inquisitori, dopo che il mago della mente ebbe fatto ricorso ai suoi
poteri su me e su Ravenna, ponendo un blocco alla nostra magia e rendendoci impotenti quanto gli
altri.
Per qualche motivo, non avrei saputo dire quale, io e Ravenna fummo chiusi nella stessa cella,
mentre gli altri vennero sistemati in quelle vicine, in gruppi di due o di tre, poi gli Inquisitori si misero
all'opera, evidentemente decisi a utilizzare l'assortimento di catene che avevano portato con loro fin da
Pharassa. Anche se la cella era a stento abbastanza grande da permetterci di sdraiarci, con una porta di
solido metallo che si sprangava solo dall'esterno, essi ci incatenarono comunque i polsi e le caviglie,
fissando al muro con un piolo l'estremità di ciascuna catena.
Poi se ne andarono, lasciandoci soli nel buio.
Da quando avevo proferito le parole che mi avevano condannato, mi ero sentito pervadere da
uno strano senso di calma, ma una volta che la porta della cella si fu richiusa con un tonfo metallico, e
che l'ultimo echeggiare di passi fu svanito in lontananza, la poca compostezza che avevo ritrovato si
dissolse, e mi sentii agghiacciare dal più puro, assoluto terrore. Perché avevo agito in quel modo, pur
avendo la possibilità di salvarmi la vita? Non volevo morire, non sul rogo, almeno.
Accanto a me, Ravenna scoppiò in un pianto violento quanto silenzioso, e sentii le sue catene
tintinnare quando si spostò più vicina a me, poi avvertii il suo braccio che sfiorava il mio e, d'impulso,
le cinsi le spalle, tenendola stretta mentre piangeva e fissando il buio, letteralmente in preda alla nausea
per la paura, con la gola e il petto troppo contratti per riuscire a emettere il minimo suono.
Per un tempo imprecisato, rimanemmo seduti così nell'oscurità più assoluta, mentre io mi
sentivo sempre più angosciato, incapace di mettere al bando il terrore o di cancellare dalla mia mente
l'orribile immagine del rogo. La nausea, intanto, era salita a livelli tali che avrei voluto vomitare, solo
che non avevo quasi nulla nello stomaco e avevo tutto il corpo troppo teso e rigido, al punto che ben
presto gambe e braccia cominciarono a essere assalite dai crampi, senza però che io potessi fare nulla
per alleviarli.
Infine, sentii Ravenna smettere di singhiozzare, per il semplice fatto che non aveva più lacrime.
Le pareti della camera dovevano essere molto spesse, perché non riuscivo a sentire nulla dall'esterno,
dall'alto o dalle altre celle; quanto all'aria, il ricambio era fornito da una ventola inserita nel soffitto.
«Perché, Cathan?» chiese Ravenna, con voce roca. «Perché ci stanno facendo questo?»
Io non seppi cosa replicare, e dopo un momento la sentii stringermi la mano libera nella sua.
«Cosa abbiamo mai fatto loro? Cosa gli ha dato il motivo per legarci a un palo e bruciarci
vivi?»
«Per favore» riuscii infine a dire, «non parlarne.»
Qualsiasi accenno alla sorte che ci attendeva serviva soltanto a peggiorare la mia situazione, e
potevo sentire i muscoli dello stomaco che si contraevano a vuoto, senza che ancora riuscissi a
vomitare nulla.
«Scusami.»
Nel guardarmi intorno, mi resi conto che sebbene non ci fosse nessuna luce ero comunque in
grado di vedere l'interno della cella in sfumature di grigio: anche senza la mia magia, a quanto pareva,
alcuni talenti erano innati.
L'indomani, però, non ci sarebbe stato più nulla, né vita, né ricordi, nulla da sperimentare,
soltanto l'oblio. Infatti, gli eretici che morivano nel fuoco non tornavano al loro elemento sotto forma di
elementali, ma venivano completamente consumati dalle fiamme. Tutto ciò che sarebbe rimasto di me,
quindi, sarebbe stato solo un mucchio di cenere, e tutto ciò che ero, tutto ciò che avevo fatto, sarebbe
stato dimenticato, sarei diventato meno di un'ombra portata dal vento.
«Credi che sia questo a renderlo tanto terribile?» domandò Ravenna, appoggiandomi la testa
sulla spalla. «Il fatto che si passano ore e ore senza riuscire a pensare a nulla, tranne a quello che ti
aspetta, mentre la mente indugia sull'agonia, sul calore delle fiamme, rendendo tutto ancora peggiore?»
«Che altro c'è da fare?» ribattei.
«Cathan, per noi può essere meno terribile» affermò lei, dopo un momento. «Anche se ci hanno
tolto la magia, possiamo ancora ritirarci nella nostra mente... e nel vuoto, se non altro, non avvertiremo
la maggior parte del dolore» concluse, con un sussulto.
«Sentiremo soltanto la vita che se ne va.» Seguì un'altra lunga pausa di silenzio.
«Tormentarci pensandoci sopra non ci aiuterà» insistette poi Ravenna.
«Dimentica l'agonia, te ne prego. Scivolando nella trance, noi possiamo ignorarla.»
«Questo non rende la cosa più facile» obiettai.
«Preferiresti morire in fretta?»
«Preferirei non morire affatto!» urlai, e la vidi sussultare.
Ravenna spostò poi le gambe di lato, in modo da trovarsi in una posizione meno scomoda, e le
catene emisero un suono stridulo nello strisciare contro il pavimento di pietra. Nel frattempo, io mi
accorsi per la prima volta che là sotto faceva molto freddo, e che l'umidità era notevole.
«Neanch'io voglio morire» affermò Ravenna, «perché avevo tante aspettative quante ne avevi
tu. Però questo è lo stato in cui ci vogliono ridurre, quasi folli per il terrore e gementi di fronte alle loro
ingiustizie, quindi non dobbiamo dare loro questa soddisfazione. Tu ti sei sacrificato come nessuno di
noi ha fatto... per favore, non trascorrere la tua ultima notte in preda all'infelicità e all'angoscia.»
Io trassi un profondo respiro e mi costrinsi a rilassare alcuni muscoli, uno dopo l'altro. Mi
sentivo ancora angosciato, cosa senza dubbio comune anche a Ravenna, ma non stavo più così male, e
comunque non volevo coprire di vergogna il mio clan comportandomi come un vigliacco, anche se mi
sentivo tale.
«Cosa vuoi che faccia, allora?» domandai. «Non mi sento certo di dormire.»
«Neppure io» ammise lei, con un pallido sorriso, che però risultò tutt'altro che convincente, ed
ebbe anzi l'effetto di mostrarmi quanto fosse fragile il suo autocontrollo, poi aggiunse: «Se ti dico una
cosa, mi prometti di non riferirla mai a nessuno, neppure nell'eventualità che, per chissà quale caso, si
riesca a sopravvivere?»
«È una cosa importante?»
«Molto importante.»
«D'accordo. Giuro al cospetto degli dèi degli Elementi che non rivelerò mai a nessuno il tuo
segreto» replicai. Quello non era certo un giuramento formale, con le parole di rito e i necessari
testimoni, ma era altrettanto vincolante.
«Devi prestar fede al giuramento che hai fatto, Cathan. Anche quando il tuo senso dell'onore ti
spingerà a desiderare di infrangerlo, per favore, non lo fare, te ne supplico.»
«Cosa devi dirmi, di così fondamentale?»
«I membri del Dominio hanno continuato a cercare la Pharaoh del Qalathar fin da quando è
arrivata l'Esmeralda, ma se da un lato avevano ragione a pensare che lei fosse a Lepidor, sbagliavano
nel supporre che fosse a bordo della manta. Io sono la Pharaoh.»
«Tu?» esclamai, fissandola con espressione interdetta e stupefatta.
«Per favore, Cathan, perdonami, te ne prego. Non te l'ho detto perché non l'ho mai detto a
nessuno. Dopo che ho lasciato Tehama, per dieci anni sono stata spostata da un posto all'altro, e
utilizzata come una pedina nei giochi di potere dei nobili. Le sole persone che cercavano di diventarmi
amiche erano sempre spie, o volevano qualcosa da me, e tutto quello che mi derivava dall'essere la
Pharaoh era solo infelicità, quindi ho detto a Sagantha che intendevo abdicare e sono fuggita,
recandomi presso la Cittadella dell'Ombra, dove mi sono nascosta da tutti i loro intrighi e i loro
stratagemmi.»
«Quindi, per tutto il tempo in cui hai cercato di allontanare di qui gli Arcipelaghiani...»
cominciai, lasciando però a mezzo la frase.
«Lo so, lo so» replicò lei, scoppiando quasi a piangere di nuovo. «Non avrei dovuto farlo, ma in
realtà non mi sono mai fidata di nessuno. Anche quando sei arrivato tu, io...» Per un momento
s'interruppe, poi riprese: «Io ero ancora ossessionata dalla necessità di impedire a chiunque di scoprire
chi ero: non potevo dirtelo, perché nessuno era mai stato all'altezza della fiducia che gli avevo
accordato. Adesso, naturalmente, so che tu avresti taciuto, ma ormai è troppo tardi, troppo tardi.»
«Avresti potuto salvarti la vita, là nella sala!» osservai.
«Anche tu, ma non lo hai fatto, per il mio stesso motivo.»
Non intendevo conservare del risentimento nei suoi confronti, non ora e non in quelle
circostanze, perché non volevo passare la mia ultima notte litigando con la persona che amavo.
«Capisci perché non potevo dirlo a nessuno?» insistette lei. «Domani, quando il mago della
mente ci esaminerà, io mi ritirerò nel vuoto per impedirgli di trovarmi. Forse l'Arcipelago perderà la
sua Pharaoh, ma il Dominio non potrà mettere le mani su di me.»
«Prometto di non dirlo a nessuno» garantii, pur soffrendo per il fatto di non poterle salvare la
vita. D'altro canto, io avevo fatto la sua stessa scelta, e non avrei voluto che lei me la annullasse.
«Ti ringrazio. Se non altro, riuscirò a mandare a monte almeno uno dei loro piani.»
«Spero soltanto che Sagantha possa fare qualcosa per proteggere Lepidor» affermai, sollevando
la mano che le avevo appoggiato sulle spalle e passandogliela fra i capelli. Anche se a vederli
sembravano diritti, nel toccarli mi resi conto che in realtà erano ricci, e che venivano resi lisci soltanto
dalla fascia che lei indossava e da qualcosa che metteva su di essi. Era strano, come stessi notando
soltanto adesso questi piccoli dettagli.
«Il Dominio ucciderà i suoi pupilli. Lui è in politica da anni e sa quando è il momento di
cambiare fronte, ma questa è una cosa che non perdonerà mai. Hai lasciato Lepidor nelle mani
migliori.»
«Che però non sono quelle di mio padre. Gli sono venuto meno, e ho perduto il clan.»
«Lui non ti ricorderà per questo, Cathan. Non avevi modo di uscire vittorioso da una situazione
del genere, e comunque hai fatto del tuo meglio... non avresti potuto fare nulla di più.»
«Lui non sarebbe stato tanto pazzo da mandare una lettera al Casato Canadrath, con cui non
abbiamo contatti e che, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere a sua volta al soldo del Dominio»
ribattei.
«L'invasione era già stata progettata molto prima dell'invio di quella lettera. Non biasimare te
stesso.»
«Non posso farne a meno, continuo a pensare che se in qualche momento avessi agito in
maniera diversa forse tutto questo non sarebbe successo. Tanti mesi fa, quando sono partito da Lepidor,
ero felice perché avevamo trovato il ferro e le nostre prospettive erano improvvisamente migliorate;
pensavo che Lepidor sarebbe diventato un posto meraviglioso, ora che il denaro avrebbe ripreso ad
affluire. Puoi vedere tu stessa quanto fossi ingenuo» continuai, in tono amaro. «Del resto, sai anche tu
tutto quello che è successo dopo. Quel mostro incappucciato che c'era nella sala del trono era
Sarhaddon, che hai conosciuto a bordo della Paklé. A quel tempo lui pensava che Lachazzar e i suoi
cacciatori di eretici fossero ridicoli, e adesso guardalo... probabilmente provvederà di persona ad
accendere le torce, domani.»
Nel pronunciare quelle parole, fui assalito da un nuovo, incontrollabile parossismo di terrore.
Nonostante le rassicurazioni di Ravenna, non riuscivo a distogliere la mente dalle fiamme, dall'agonia.
Cosa sarebbe successo se avessi scoperto che lei si sbagliava, e che il mago della mente mi aveva
privato anche della capacità di trovare rifugio nel vuoto? Giusto per rassicurarmi, provai a cercare quel
luogo di oblio, e pur impiegando più tempo del consueto, arrivai comunque allo stato di trance in cui
non ero più consapevole del mio corpo.
«Visto?» sussurrò Ravenna. «Puoi farcela.»
Cambiai posizione, sentendo il peso delle catene che mi impacciava i movimenti, le manette che
mi escoriavano i polsi. Se non altro, non avrei dovuto sopportare tutto questo per molto, dato che
sarebbe finito tutto entro breve tempo.
«Cathan?»
«Sì?»
«Mi dispiace di essere stata tanto fredda con te. Spero che almeno tu ne comprenda il motivo.»
«Lo capisco, Ravenna. Prima che tu me lo chieda, ti avverto che non c'è nulla da perdonare.»
«Avremmo potuto lavorare bene insieme, tu e io: le due sole persone che siano mai riuscite a
incanalare il potere di una tempesta, anche se alla fine non ci è servito a nulla. Sarebbe stata una branca
della magia completamente nuova, che avrebbe abbracciato anche quell'oceanografia, che tanto ti
piace.»
«Qualcuno leggerà di ciò che è successo, e si chiederà come abbiamo fatto. Ci devono essere
altri modi per ottenere lo stesso risultato, altre persone in grado di collegarsi come abbiamo fatto noi.»
«Lo spero» rispose Ravenna, poi mi cinse con un braccio, nella misura in cui glielo
permettevano le catene, e avvicinò il volto al mio. Per la prima volta, ci baciammo perché lo volevamo
entrambi, non per finzione o per celare qualcosa, e quel bacio parve protrarsi in eterno.
Per un momento, uno soltanto, dimenticai che l'indomani sarei morto. Per il resto di quella notte
terribile, eterna, rimanemmo seduti a parlare,
cercando di non pensare al fatto che la nostra vita stava per finire.
L'indomani, la tempesta non si era ancora placata quando i Sacri vennero ad aprire la porta,
scortandoci fuori nella tenue luce grigia che stava ormai cominciando a filtrare nella cella. Nel corso
della notte, io ero giunto a maturare la risoluzione che, per quanto fossi terrorizzato e riluttante, non lo
avrei lasciato vedere e sarei andato al rogo con dignità.
Mentre venivamo sospinti su per le scale e attraverso ciò che restava del Palazzo, vidi affluire
anche gli altri, alcuni rassegnati ma orgogliosi e altri, soprattutto gli Arcipelaghiani più giovani, a
stento in grado di trattenere le lacrime. Fuori la pioggia cadeva ancora con forza dal cielo di un opaco
colore grigio, ma evidentemente quel mago del Fuoco, Haroum, aveva disposto degli scudi intorno alla
piazza del mercato antistante il Palazzo, per garantire che rimanesse asciutta.
Per un momento, intercettai lo sguardo di Palatine, che mi rivolse una parvenza del suo antico
sorriso, e nel notare che lei appariva in condizioni molto peggiori degli altri, me ne chiesi il perché;
quanto a Elassel, il suo volto aveva un'espressione piena di sfida, anche se era chiazzato di pianto.
Camminare con le catene ai piedi era difficile, ma riuscii a non incespicare in mezzo alle
macerie, neppure quando vidi il rogo che era stato approntato nel centro della piazza. I preti del
Dominio avevano accumulato tutta la legna che erano riusciti a trovare fino a formare una bassa e larga
catasta da cui sporgevano una ventina di pali di altezze diverse; accanto a ciascuno erano in attesa
rotoli di corda e mucchi di esca e di cordame impeciato, per alimentare meglio le fiamme. Tutt'intorno
al rogo, al di là di una barriera di corda e contenuta dai Sacri schierati lungo le strade, la popolazione di
Lepidor era stata costretta a radunarsi per assistere alla morte del suo conte. Quanto a Etlae e ai suoi
compagni di cospirazione, erano comodamente seduti in uno spazio aperto, accanto al quale i membri
del mio Casato erano circondati da cinque o sei marine di Lexan. Praticamente, l'intero contingente di
occupazione doveva essere stato concentrato sul luogo dell'esecuzione.
Hamilcar e Sagantha erano fermi da un lato, insieme a un paio degli uomini di Hamilcar e ai
marinai cambressiani; con loro c'era anche il comandante della guardia di mio padre, che indossava
abiti con i colori del Casato Barca, anche se di una taglia che non gli andava bene. Nel notare la cosa,
mi chiesi se Hamilcar avesse deciso di ridurre il più possibile i danni e avesse assunto alcuni dei nostri
dipendenti.
Sulla punta delle lance, fummo spinti nell'area antistante il seggio di Etlae, e ci fu ordinato di
inginocchiarci sulla pavimentazione bagnata, operazione complicata dalle catene alle caviglie, che
continuavano a impigliarsi le une nelle altre.
«Siete stati dichiarati tutti colpevoli di eresia di secondo grado, tranne Cathan Tauro e Ravenna
Ulfhada, colpevoli invece di eresia di primo grado. In entrambi i casi, la pena è la morte sul rogo, senza
possibilità di chiedere grazia e di pentirsi. Quella fra voi che è la Pharaoh del Qalathar, però, è stata
chiamata da Ranthas a un più grande destino. Vuole la Pharaoh farsi avanti?»
Seguì un profondo silenzio, e nessuno si mosse; accanto a me, Ravenna fissò lo sguardo davanti
a sé, a testa alta.
«Abbiamo altri metodi per scoprire la sua identità» affermò Etlae.
Il mago della mente sollevò allora il suo martello, e una luce dorata scaturì da esso, mutandosi
in una scarica di energia che saettò in avanti e si andò a posare sulla testa degli Arcipelaghiani in fondo
alla prima fila, passando da una ragazza alla successiva con una rapidità stupefacente. Il raggio si
soffermò per un istante su Ravenna, poi proseguì il suo cammino e, dopo aver sondato anche l'ultima
ragazza, si ritrasse all'interno del martello, mentre la luce si spegneva. Il mago della mente si girò allora
verso Etlae.
«Pare che ci siamo sbagliati, Vostra Grazia» disse. «Nessuna di queste ragazze è la Pharaoh.»
«Ne sei certo?»
«Assolutamente. Nessuna di esse conosce neppure la sua identità.»
«Bene, ci saranno sempre altre opportunità di trovarla» replicò Etlae e, rivolta a noi, proseguì:
«Siete ora condannati a morire come eretici, fuoricasta misconosciuti da Ranthas. La vostra anima non
troverà la consolazione offerta dal Suo paradiso né vagherà per il mondo come elementale del Suo
regno, il vostro nome sarà maledetto per sempre e il vostro fato narrato alle generazioni future a titolo
di monito.»
Ricorda chi sei, ingiunsi a me stesso, sentendomi prossimo alle lacrime. Gli Inquisitori e alcuni
Sacri si mossero quindi da dietro le spalle di Etlae e si avvicinarono a ciascuna persona della prima fila
per aprire le catene, poi ci costrinsero ad attraversare i pochi metri della piazza e a salire i rudimentali
gradini approntati sui lati del rogo.
Una parte astratta della mia mente notò che la pira era di forma vagamente piramidale, con un
solo palo alla sommità, un metro circa al di sopra del livello più basso. Due Inquisitori spinsero me e
Ravenna contro quel palo, io rivolto verso Etlae e lei nella direzione opposta, verso le porte.
Avendo la spada di un Sacro puntata contro lo stomaco, non mi rimase che stare immobile
mentre i due Inquisitori procedevano a passare la corda intorno a noi, bloccandoci contro il palo con le
mani lungo i fianchi, abbastanza vicine da permetterci di intrecciare le dita quanto più ci era possibile.
Dolce Thetis, ti supplico, pregai, se mai hai aiutato i Tar'Conantur, aiuta me adesso, non
permettere che io muoia in questo modo.
Non ci fu risposta.
Mentre Palatine, Elassel e alcuni degli altri venivano legati ai pali sottostanti, io lasciai vagare
lo sguardo sulla piazza per l'ultima volta, sulla gente per lo più in lacrime, e sulla donna che mi aveva
fatto tutto questo.
Poi vidi Hamilcar sollevare la testa, incontrare di proposito il mio sguardo... e fare quello che
era un inconfondibile segno di vittoria. Cosa poteva voler dire? Stava forse per succedere qualcosa?
Perplesso, mi guardai intorno, scrutando il Palazzo e la piazza senza osare davvero di
riaccendere la speranza, e nel frattempo gli Inquisitori finirono, con assoluta efficienza, di legare tutti
gli Arcipelaghiani lungo la base del rogo. Nel contemplare il loro operato, mi trovai assurdamente a
rimpiangere la quantità di corda che stavano utilizzando, e che sarebbe andata sprecata.
Un lampo solcò il cielo, sopra le montagne, e io pensai che era strano trovarsi là nella piazza,
esposto sotto la tempesta, senza però bagnarmi. Possibile che questa fosse la vendetta degli elementi,
perché avevo avuto la presunzione di volerli controllare? Thetis rifiutava forse di aiutarmi perché avevo
peccato contro di Lei, alterando l'equilibrio naturale delle cose?
Non appena anche l'ultimo Inquisitore scese dal rogo, andando a raggiungere Etlae, vidi
Sarhaddon alzarsi in piedi con una torcia di legnofiamma ancora spenta in mano. Avevo avuto ragione,
quindi: sarebbe stato proprio lui ad appiccare il fuoco al rogo. Era la fine.
Sarhaddon fece un cenno perché gli porgessero un acciarino, e in quello stesso momento vidi
Hamilcar abbozzare con la mano un gesto appena percettibile, rivolto al comandante dei marine di mio
padre.
«ADESSO!» urlò questi, in risposta al tacito ordine del mercante.
Mentre Etlae si girava verso di lui con espressione stupefatta, nella piazza scoppiò l'inferno, e il
tempo parve arrestarsi. Fra la folla, vidi molte persone estrarre delle daghe e scagliarsi contro i Sacri
che controllavano le uscite, che si erano girati a loro volta per vedere cosa stesse succedendo, e che non
furono abbastanza rapidi a reagire. Un momento più tardi, uno di essi crollò al suolo con tre daghe
piantate nel petto e un'altra conficcata nelle fessure per gli occhi della maschera.
Poi una pioggia di frecce prese a cadere dalle finestre dei piani superiori delle case circostanti la
piazza e perfino dal tetto del Palazzo, abbattendosi sul gruppo che circondava Etlae. Gli arcieri
appostati dovevano essere almeno venti o trenta, e stavano tirando le frecce in rapida successione, più
in fretta che potevano. Un Inquisitore si accasciò al suolo, irto di dardi come un puntaspilli, poi un altro
fece la sua stessa fine e al tempo stesso Midian lanciò un urlo stridente quando una freccia gli trapassò
un braccio. Quasi quell'urlo fosse stato un segnale, il gruppo cercò allora di mettersi al coperto, senza
però che i Sacri potessero accorrere in suo aiuto perché anch'essi stavano cadendo vittime di quella
pioggia di frecce, come pure i marine di Lexan. Gli assalitori mescolati alla folla continuavano intanto
a colpire i Sacri ancora in piedi, circondandoli uno per uno, e nel notare come l'attacco fosse ben
coordinato, mi resi conto che quelli erano i marine di Lepidor.
Impossibilitato a muovermi o a intervenire, serrai maggiormente la mano di Ravemma, in preda
all'eccitazione, e riportai lo sguardo sui seggi. Etlae, che era stata colpita al petto da quattro frecce e
alla gola da una quinta, si stava accasciando al suolo in una pozza di sangue, e intorno a lei tutti gli
Inquisitori giacevano morti o moribondi; i soli a essere ancora vivi erano Midian, Lexan e Sarhaddon,
che si erano rifugiati sotto le sedie.
Sotto la pioggia battente, vidi la folla scagliarsi contro le barriere e fare a pezzi i Sacri rimasti,
mentre i marine afferravano le armi da essi lasciate cadere e spiccavano la corsa verso il porto. Poi
anche i due maghi morirono, e lo scudo posto intorno alla piazza del mercato s'indebolì
progressivamente fino a collassare: ritrovandomi all'improvviso fradicio di pioggia, accolsi ancora una
volta quel contatto come quello di un'amica e lanciai un grido di gioia, che si perse del tutto in mezzo al
frastuono generale.
«I miracoli succedono, Cathan!» gridò Ravenna.
«Che sorpresa, ci stiamo bagnando di nuovo!» ribattei.
«E che importa? Meglio bagnati che troppo asciutti.»
Nel frattempo, il diluvio di frecce era cessato, e i marine stavano sciamando sul legno della
piattaforma, reso viscido dalla pioggia, tagliando i legami degli Arcipelaghiani, che si stavano
guardando a vicenda fra i rovesci di pioggia, incapaci di credere alla loro fortuna.
Poi qualcuno venne a tagliare anche le nostre corde, e nel girarmi riconobbi il marine con cui
avevo parlato sulle mura, la mattina dopo aver disceso il fiume in piena.
«È strana la piega che possono prendere le cose, vero, Conte Cathan?» commentò lui.
Non appena scendemmo dalla pira, ci trovammo issati in spalla dalla folla, e vidi gente che di
solito non metteva piede all'aperto quando pioveva danzare quasi di gioia nel trasportarci dall'altra
parte della piazza, dov'era in attesa il comandante dei marine.
«Ti dobbiamo la vita» gli dissi, mentre le persone che mi avevano entusiasticamente portato in
trionfo si decidevano a rimettermi a terra. «Grazie.»
«Non potevo venirti meno di nuovo.»
«Non mi sei mai venuto meno, neppure la prima volta» ribattei.
Mi volsi quindi verso Hamilcar, che si teneva in disparte, dietro il comandante dei marine,
cercando di non dare nell'occhio. Io dovevo essere stato il solo a notare il suo gesto, ed ero quindi
l'unico a sapere che era stato lui a organizzare quel salvataggio; la sua bella veste era fradicia di
pioggia, ma per la prima volta da quando lo conoscevo lui mi parve davvero felice... e incredibilmente
compiaciuto di se stesso.
«Grazie anche a te» dissi a bassa voce.
«Cathan, restituisco a te e al Casato Tauro la Contea di Lepidor» dichiarò Sagantha. «Possa il
tuo regno essere più felice di quanto lo sia stato il mio.»
«Nel nome del Casato Tauro, accetto di riprendere possesso della Contea del Clan Lepidor»
replicai.
«E io, Hamilcar, Lord del Casato Barca, ne sono testimone» aggiunse Hamilcar.
Poi la folla issò di nuovo in spalla me e Ravenna, portandoci in trionfo e cantilenando il mio
nome con voce inneggiante.
«CATH-AN! CATH-AN! CATH-AN!»
...
.
...
EPILOGO.
.
Cathan Tauro a Laeas Tigrana; Salve.
Quando leggerai questa lettera, avrai senza dubbio già saputo quello che è successo qui, dato
che Persea aveva intenzione di fermarsi a Liona lungo il viaggio di ritorno alla capitale, così come
sono certo che avrai sentito anche altri resoconti confusi, che parlavano di interventi divini e di
miracoli. Purtroppo, non è stata questa la realtà di fatto, anche se un paio di miracoli mi avrebbero
fatto comodo.
Inoltre, neppure Persea ti potrà raccontare tutta la storia, perché lei è partita il giorno
successivo a quello in cui abbiamo sconfitto Etlae, quando molte cose erano ancora in sospeso.
Courtières è arrivato quella sera, insieme ai marine di Kula e a una piccola flotta appartenente al
Casato Canadrath. Per essere uno dei Grandi Casati più potenti, i Canadrath sono molto cordiali,
forse perché non sono originari di Taneth, considerato che l'erede del loro Casato sembra un
razziatore proveniente dalle foreste polari, con la barba bionda e gli occhi azzurri.
A quanto pare, tutto ciò che è successo era stato progettato già da mesi. Lachazzar vuole
disperatamente accaparrarsi i servizi di Reglath Eshar e del suo esercito per scatenare una nuova
Crociata, ma gli Halettiti insistono perché sia lui a pagare le spese e ad armare le truppe. Di
conseguenza, la nostra miniera è fiorita proprio nel momento più adatto per i suoi piani, e lui ha
ordinato a Etlae di acquisirne il controllo, con il risultato che lei ha fornito i fondi per la campagna di
Foryth contro di noi e ha pagato l'assassinio del re attingendo alle casse del Dominio. Se il suo piano
avesse funzionato, il Dominio avrebbe avuto a disposizione tutto il ferro che gli serviva, attingendolo
da Lepidor, e tutte le armi necessarie per lanciare una Crociata. Così come si sono messe le cose,
credo che dovranno rimandare la loro Crociata almeno di un paio d'anni, se non di più.
Mi dispiace se questa lettera non è precisamente pulita e asciutta, ma Ravenna e io abbiamo
fracassato la metà delle finestre del Palazzo con il nostro piccolo tifone, e la maggior parte di esse non
è ancora stata riparata, per cui abitare qui per ora è tutt'altro che divertente, e mi è impossibile
trovare un posto dove scrivere che sia abbastanza asciutto.
In ogni caso, per continuare con la storia, abbiamo fatto in modo di garantirci che i due preti
sopravvissuti, Midian e Sarhaddon, tengano la bocca chiusa su quanto è successo. Del resto,
Lachazzar non vorrà certo che questa storia si risappia, perché potrebbe costituire un grave colpo per
il prestigio del Dominio, e dal canto loro Midian e Sarhaddon sono stati anche troppo pronti a
scaricare tutta la colpa su Etlae. La versione ufficiale, quindi, sarà che lei era un'eretica decisa a
tentare di danneggiare il Dominio, mentre noi, da fedeli figli di Ranthas, abbiamo fatto di tutto per
cercare di fermarla. È quella che io definisco giustizia poetica.
Quanto a Lexan, lo abbiamo rispedito a Kahalaman senza il suo orgoglio e senza la manta con
cui era arrivato, una nave del re, che questi gli aveva regalato, mostrandosi decisamente poco accorto.
Tutti si stanno riprendendo bene dall'accaduto, almeno esteriormente. I segni rossi sui miei
polsi si sono attenuati, e adesso riesco a guardarmi le mani senza che affiorino ricordi spiacevoli che,
per chissà quale motivo, riescono a essere peggiori dell' esperienza che abbiamo effettivamente
vissuto. Tutti noi stiamo ancora soffrendo di incubi, e dubito che riuscirò mai a scordare il minimo
dettaglio; mio padre ha fatto murare quegli antichi magazzini sotterranei, e io vorrei poter bloccare i
miei ricordi nello stesso modo.
Tu non hai ancora conosciuto Hamilcar, vero? Palatine lo conosce da due anni circa, e tuttavia
neppure lei avrebbe mai creduto che sarebbe intervenuto a salvarci, perché Hamilcar incarna così a
fondo la personalità del Lord Mercante che a volte riesce difficile immaginare che possa anche avere
un cuore. Ravenna gli ha chiesto perché lo ha fatto, e la sua risposta è un'altra cosa che non
dimenticherò. Lui ha detto che, dopo che ci hanno portati via dalla sala, non è riuscito a capire perché
io mi fossi sacrificato. È stato allora che si è reso conto che non c'era nulla per cui lui sarebbe mai
stato disposto a fare una cosa del genere, nulla che gli importasse fino a quel punto, e al tempo stesso
ha capito che non poteva restarsene in disparte a guardarmi morire, perché io credevo in qualcosa di
più importante della mia stessa vita. Personalmente, lui non ci avrebbe rimesso nulla neppure se io
fossi morto, perché il Dominio gli aveva preparato altri due contratti, quindi ritengo che salvarci sia
stato il primo gesto veramente altruistico di tutta la sua vita.
Voglio farti una confidenza, che però dovrà rimanere fra me e te: non credo che Palatine
tornerà mai più a essere quella di un tempo. Questa è stata la prima volta che uno dei suoi piani le si è
sgretolato completamente fra le mani, e penso si sia convinta di essere venuta meno a tutti noi. Da
quando è finito tutto, si è fatta molto silenziosa, ma anche se questo potrebbe essere il suo modo di
superare il trauma, io credo invece che non sia un segnale positivo, perché ho notato che non è più
sicura di sé come vorrebbe sembrare. Spero solo che voglia ancora abbattere il Dominio, e che quanto
è successo non abbia stroncato il suo spirito, perché io non intendo di certo lasciare le cose come
stanno.
Nell'esaminare alcuni documenti di mio padre, Ravenna ha trovato un riferimento a qualcosa
che potrebbe esserci di grande aiuto. Se la vedessi adesso, non la riconosceresti, Laeas, perché ha
perso quella sua aria gelidamente regale e ha smesso di usare un prodotto per rendere lisci i capelli,
con il risultato che adesso è ancora più bella di prima. Oggi ha perfino riso, la prima risata che abbia
mai sentito uscire dalle sue labbra. Tu e gli altri avevate ragione, mi sono innamorato di lei, e credo...
spero... che Ravenna condivida i miei sentimenti.
Dopo la tempesta che abbiamo scatenato su Lepidor... che è stata all'incirca la sola parte
riuscita del nostro piano... abbiamo deciso di lavorare in coppia, i primi maghi della tempesta che
siano mai esistiti. Ciò che Ravenna ha trovato nei documenti è un riferimento a una nave, l'Aeon, che
Aetius ha utilizzato durante la guerra. Stando a quello che sappiamo, era una nave colossale e,
soprattutto, aveva gli strumenti per accedere al sistema degli OcchiCelesti. Con l'Aeon, noi potremmo
vedere le tempeste così come le vede il Dominio, e utilizzare il pianeta stesso come un'arma contro di
esso: forse mi sto mostrando troppo ottimista, ma questo potrebbe essere un fattore determinante.
Bada di non parlarne con troppa gente, ma prova a sondare gli altri al riguardo, perché qualsiasi
altra notizia ci sarebbe utile.
Ravenna è appena entrata, avvolta in uno spesso mantello perché fa molto freddo, e mi ha detto
che la nave corriere si sta preparando a partire, quindi devo interrompermi qui. Trasmetti i miei saluti
a quanti, fra gli altri, avrai modo di vedere. Spero di tornare presto nell'Arcipelago, e prometto di
scriverti ancora quando avrò altre notizie. Fino ad allora, che Thetis ti accompagni.
Salve e arrivederci Cathan Tauro.
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...
RINGRAZIAMENTI.
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La creazione di Aquasilva ha richiesto molto tempo, e ora desidero ringraziare tutti coloro che mi hanno aiutato nelle varie fasi di quest'opera, impedendomi di impazzire mentre la scrivevo: i miei genitori e mia sorella Eloise; Dr. Garstin, Naomi Harries, Gent Coco, Polly Mackwood, Olly Marshall, John Morrice, John Roe, Tim Shephard, Poppy Thomas. Un ringraziamento speciale a James Hale: nessuno potrebbe mai avere un agente migliore di lui.
...
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...
FINE.